Dove andiamo, chi siamo, di Ilaria Vitali

pag01_Refugie_Choucha_Tunisia_1Un giorno potremo dire: “io c’ero”.

Zona Schengen, confini, abbattimento muri, innalzamento muri, buoni e cattivi, dentro e fuori, hotspot, il protocollo Dublino 3, Frontex e FRRIT, Mare Nostrum e Triton, protocollo Juncker.

Difficile riuscire a stare al passo con un caleidoscopio di bizzarre decisioni e situazioni mentre l’instancabile marcia umana valica frontiere, abbatte fili spinati, irrompe su autostrade, percorre chilometri di rotaie, resiste a nubifragi, sgambetti, spray al peperoncino, gas e idranti.

Li prendiamo, non li prendiamo, li prendiamo con riserva ma poi li distribuiamo.

E come li distribuiamo? Fissiamo delle quote, e chi non le rispetta si prende una multa. E chi ha dei problemi? che so, una catastrofe naturale!

Eh, in quel caso ci prendiamo una percentuale, ma piccola, del suo PIL così che non si possa dire che non ha contribuito alla causa comune.


Tra situazioni estreme al limite della disperazione e situazioni al limite del ridicolo, l’Europa si trova ad affrontare una delle emergenze più gravi della storia della Comunità Europea, “una delle pagine più oscure della storia europea” citando il cancelliere austriaco Faymann.

Se n’è accorta la Merkel, dopo uno slancio di profonda e commovente umanità, quando a Monaco hanno cominciato ad arrivare 500 profughi ogni due ore (che fanno 12mila in 24 ore), se ne sono accorti gli ungheresi, sotto il bersaglio della comunità per aver eretto muri di filo spinato alti 4 metri pattugliati da esercito e polizia, ce ne accorgiamo noi italiani, che in quattro e quattr’otto dobbiamo trasformare Lampedusa in hotspot (centro di accoglienza è un concetto superato), trovarne almeno altri 4 e far funzionare simultaneamente relocation e rimpatrio per evitare di farli collassare, quegli hotspot, che più di 500 persone non le reggono.

Ma chi sta per collassare, mentre anche questa metà di settembre sta volando via, è proprio l’Europa.

Abbiamo il dovere morale dell’accoglienza ma possiamo sostenere la generosità?

Qui sembra piuttosto che si voglia chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati e, aggiungiamo, è da tanto che stanno scappando.

Il protocollo Mare Nostrum attuato e sostenuto nel 2013 dalla Marina Militare Italiana e sostituito nel 2014 da Triton, a firma UE, dovevano pur insegnare qualcosa.

Ma è risaputo, fino a che non v’è minaccia, perché preoccuparsi?

La situazione è la seguente e sembra più un problema di algebra che un’emergenza sanitaria e umanitaria.

Le cifre: 120mila rifugiati (in aumento), 18 paesi favorevoli (tra cui Italia) alle proposte comunitarie di cui 4 (Francia, Olanda, Austria e Slovenia) hanno ripristinato i controlli alle frontiere, 4 paesi contrari di cui uno (Repubblica Ceca) sta pensando alla possibilità di colmare la propria lacuna di manodopera, 3 paesi indecisi (Polonia, Estonia e Lettonia), un paese extra UE (Inghilterra) che si impegna ad accogliere 20mila rifugiati dei territori confinanti la Siria in un programma quinquennale, un paese extra UE (Irlanda) che si è offerto di accoglierne 2900 e un paese (Danimarca) che si rifiuta di partecipare al sistema delle quote ma di accogliere 1000 persone volontariamente al di fuori di quei 120mila di cui sopra.

Il protocollo Juncker: niente muri, molta umanità ma zero tolleranza per coloro che non hanno i requisiti di richiedenti asilo.

Budget: 800milioni di euro da raddoppiare per i rimpatri forzati, oggi fermi al 40% nonostante una direttiva sui rimpatri forzati esista già da tempo.

Nel dettaglio: istituzione di hotspot (termine più moderno rispetto a centro di accoglienza) dove i rifugiati saranno obbligati a essere registrati e quindi a fornire le proprie generalità. Capacità massima di accoglienza: 500 persone.

Questa tappa di prima scrematura si apre su due successive strade: quella della relocation e quella del rimpatrio forzato.

La relocation è destinata a coloro che, regolarmente registrati, risulteranno idonei a poter richiedere asilo come profughi. In questo caso verranno dotati di permesso di viaggio e potranno scegliere il paese di destinazione, grazie al programma DUBLINET, sistema digitale che mette in contatto diretto 28 paesi.

Il rimpatrio forzato: i centri di espulsione (della capacità di 1000 persone) saranno dei veri e propri centri di transito da cui dovranno partire con voli organizzati coloro che non hanno diritto a rimanere in Europa. Qui entrerà in gioco la FRONTEX, l’agenzia per la protezione delle frontiere europee, per l’identificazione degli aventi diritto, il coordinamento e il cofinanziamento dei voli di rimpatrio.

Facciamo un’altra analisi di numeri.

Dal 2000 al 2011 le denunce a stranieri sono aumentate del 339,7%.

Il numero delle detenzioni è calato del 55,1% (e non è comunque una buona notizia).

Il Bilancio tra tasse pagate dagli immigrati e spesa pubblica per immigrazione è in attivo di + 9,3 miliardi di euro.

Il PIL creato dal lavoratore straniero è stato di 123 miliardi di euro, pari all’8,8 % del totale nazionale e il 50% è relativo a proventi dei servizi.

La Merkel ha aperto il Salone dell’Auto a Francoforte chiedendo alle potenze costruttrici di auto di assumere immigrati.

Ma non è finita.

Nel 2016 potrebbero attivarsi le FRRIT, Fronte Rapid Return Intervention Team, vere e proprie squadre di intervento rapido per il rimpatrio forzato che opereranno a diretto contatto con gli ufficiali europei stabiliti in loco (nei paesi del rimpatrio e nei paesi di transito) che avranno il compito di garantire la riammissione dei profughi nei legittimi paesi di origine.

A supporto di questa delicata fase verranno attuati e sottoscritti accordi con tali paesi extra UE, in particolare con i paesi nordafricani con i quali pare sia impossibile fino ad oggi un dialogo di collaborazione in tal senso.

Sulla carta sembra un disegno perfetto.

Nella pratica non ci vuole un indovino a prevedere scenari drammatici e di tensione.

Evidenziamone qualcuno a caso.

Gli hotspot non sono centri detentivi: quanti eludendo la sicurezza scapperanno senza lasciare alcuna identificazione?

L’Ungheria propone braccialetti elettronici, campi contenitivi, controlli militari, ma qualcuno parla già di errori che si ripetono nella storia, riferendosi ai campi di concentramento nazisti, dimenticando però che in questo caso sono i profughi ad arrivare a noi, non noi a pigliare loro dalle loro case.

Gente disperata, dopo un viaggio in gommone dove chi non ha perso qualcuno è perché magari viaggiava da solo, una volta arrivata difficilmente potrà entrare nella logica di un complesso sistema di priorità organizzative.

Se vede la strada, la percorre, disposta anche a dormire all’addiaccio, a farsi nascondere dentro ai cruscotti delle auto o in camion frigoriferi per poter passare valichi e frontiere.

Chi gli spiega in modo convincente che se rientra nei “buoni a restare” ha la possibilità di rientrare nei 24mila da riallocare con regolare diritto all’asilo?

In Ungheria, che appare ora come la bestia nera della comunità, sembra abbiano usato spray urticanti, idranti, gas, manganelli. Cose ovviamente smentite all’indomani dei fatti.

Sorvoliamo sugli sgambetti beceri e su consoli francesi che vendevano quelli stessi gommoni (con giubbotto di salvataggio sia ben chiaro), e veniamo al dunque.

Siamo in grado di sostenere un’unità di intenti e di azioni che possa portare alla risoluzione del problema?

Ma soprattutto, siamo mentalmente pronti ad aprire le porte al “diverso”?

E del resto lo spirito del buonismo che aleggia, si insinua, apre cuori fino ad oggi chiusi come sassi, non è definitivo né tantomeno risolutore.

Mostriamo i denti, poi apriamo le braccia.

Poi succederà qualcosa per cui ci pentiremo dell’una e dell’altra cosa.

Il futuro è di una società multietnica ma il passaggio, se avverrà, sarà lungo e doloroso ma soprattutto non accontenterà nessuno.

Trilussa nei primi del 900 scrisse:

“Un povero Conijo umanitario

disse al Leone: – e fate tajà l’ogna!

levate quel’artiji! E’ ‘na vergogna!

Io, come socialista, so’ contrario

a qualunque armamento che fa male

tanto a la pelle quanto a l’ideale.

  • Me le farò spuntà…- disse el Leone

pe’ fasse benvolé dar socialista:

e agnede difilato da un callista

incaricato de l’operazzione.

Quello pipò le forbice, e in du’ batte

je fece zompà l’ogna e bona notte.

Ecchete che er Conijo, er giorno appresso,

ner vede un Lupo co’ l’Agnello in bocca

dette l’allarme: – Olà! Sotto a chi tocca!

El Leone je chiese: – E ch’è successo?

  • Corri! C’è un Lupo! Presto! Dajje addosso!
  • Eh! – dice – me dispiace, ma nun posso.

Prima m’hai detto: levete l’artiji

e mo me strilli: all’armi!… E come voi

che s’improvisi un popolo d’eroi

dov’hanno predicato li coniji?

Adesso aspetta, caro mio; bisogna

che me dài tempo pe’ rimette l’ogna.

Va’ tu dal Lupo. Faje perde er vizzio,

e a la più brutta spàccheje la testa

coll’ordine der giorno de protesta

ch’hai presentato all’urtimo comizzio…

  • Ah, no! – disse er Conijio – Io so’ fratello

tanto del Lupo quanto de l’Agnello. “

da Trilussa “El Leone e er Conijio”  da Lupi e Agnelli 1915-1917