http://www.dreamstime.com/-image3251450Per inaugurare il nuovo anno l’arca del mistero tratterà una leggenda canaria poco conosciuta ma che a nostro parere è doveroso portare alla luce.

Iniziamo quindi il viaggio impostando la rotta verso Lanzarote, e indietreggeremo nel tempo fino ad arrivare ai primi colonizzatori dell’isola.

Nella zona di puerto Mulas viveva un pastore di nome Tomás,  conosciuto dagli abitanti con l’appellativo di “Tomás il vecchio”, con lui viveva la nipotina Olivina che lo aiutava nelle faccende domestiche e a custodire un gregge di capre considerate da tutti le più belle dell’isola.

Tutti i giorni il nonno usciva alle prime luci dell’alba per portare le capre al pascolo, percorrendo gli impervi sentieri della costa in quanto nelle zone interne dell’isola appena formatasi, il magma sotterraneo rendeva troppo calda la terra per poter ospitare dei vegetali.

Durante un’estate il vecchio Tomás trovò in zona nascosta e di difficile accesso un pascolo ideale per far crescere grande e forti i suoi animali, ma senza trovare un riparo all’ombra per proteggersi dai raggi solari e questo gli costò una brutta scottatura.

Tornato a casa la giovane Olivina, un’adolescente dai grandi occhi verdi, capelli scuri, pelle abbronzata e di una grande dolcezza, si prese cura del povero anziano e si occupò di portare tutto il gregge nell’ovile.


Durante vari giorni l’adolescente si occupa del gregge portando nel recinto il fieno immagazzinato anteriormente, però con il passare del tempo le scorte diminuivano drasticamente e fu palese la necessità di tornare a portare le bestie nei pascoli, e quindi non rimase altra opzione che permettere alla giovane di percorrere i sentieri abituali del progenitore fino alle zone verdi.

Mentre si trovava nei prati, la ragazza approfittò per raccogliere qualche fiore con l’intenzione di regalarli all’anziano, e questa distrazione non causò nessun problema almeno fino a che non arrivò l’ora di tornare a casa e si procede a contare i capi di bestiame.

A quel punto si accorge della mancanza del caprone più bello del gregge e a cui lei era molto affezionata, e guardando intorno preoccupata lo vede in difficoltà vicinissimo a un precipizio.

Subito corre verso l’animale e cerca varie volte di soccorrerlo fino a quando riesce a prendere una delle zampe, a quel punto il caprone si spaventa, scivola e precipita sulle rocce sottostanti e prossime al mare.

Dopo qualche momento in cui la povera ragazza resta paralizzata dal dolore e dalla vista del corpo esanime sul fondo, capisce di doversi occupare delle altre bestie e così le riunisce e le guida verso casa.

Arrivata alla spiaggia però non riesce più a trattenere le lacrime, le quali cadendo nel mare non si mescolavano ma formavano gocce di un color verde come i suoi occhi.

Un gruppo di pardelle, guardiane del cielo dove viveva la dea Timanfaya, videro il succedersi dell’evento e avvisarono l’immortale padrona dell’accaduto.

La dea Timanfaya ebbe pietà per il dolore della giovane e ordinò agli uccelli marini di andare a raccogliere dal mare le lacrime verdi, simbolo del dolore della giovane, e farle cadere nelle rocce vulcaniche dell’entroterra dell’isola.

Dal contatto delle gocce verdi con il calore della terra avvenne una magia che trasformò le pietre dandole un’aspetto verde brillante come gli occhi della ragazza e che ancora oggi conosciamo con il nome di Olivina.

Queste pietre  rappresentano l’unione intima e sentimentale tra la terra e l’essere umano.

(Loris Scroffernecher)