Sul Grappa con un Bedford del 1937, senza freni

Nel primo mattino del 22 agosto, rivedo il sergente maggiore Rotelli, il mio capo macchina, lo relaziono sul Bedford e sulla mancanza dei freni. “Siamo fregati”, disse il giovane romano, “si rientra non da dove siamo venuti, ma dal Grappa, dalla Val Sugana, Primolano, Bassano, poi passiamo il Piave al Montello, Conegliano, Sacile. Sono 120 km, da fare con un vecchio catorcio che ha fatto tutta la guerra di Libia e di Tunisia, poi ha risalito l’Italia e che ora ha ben 17 anni, senza freni, siamo matti?”.

Per me fa lo stesso in quanto le Rocchette sono egualmente brutte, gli dissi, sono 8 tornanti, però non sapevo, che in quest’altra strada i tornanti erano di più e la strada molto più stretta e non asfaltata. Saremo stati i FINE COLONNA, mentre quando siamo venuti con il Leoncino eravamo una delle prime macchine, dietro a una campagnola, che aveva INIZIO COLONNA. Lasciamo passare tutti e partiamo, provo a frenare, il pedale sparisce tutto senza cenni di frenata.

Metto il camion in prima e rassicuro il sergente maggiore, dicendogli che con questa marcia si fermava addirittura. Passiamo l’incrocio, che si andava al rifugio Marcesina, nella strada vedo il maresciallo, che comandava la cucina, ci fa il segno di alt. Con il braccio ci indica una cucina montata su due ruote, penso sia servita per il caffè, cioccolata, o per scaldare l’acqua per la pasta, non era quella principale, che aveva quattro ruote e veniva tirata dal Fiat 639, comunque era un carrello intorno ai 2,5 – 3 metri, pesante molti quintali. Gli faccio presente che il Bedford non frena, é già un problema con le strade che dobbiamo fare, figuriamoci se ci attacchiamo la cucina.

“E’ un ordine”, dice il maresciallo incavolato, “non possiamo lasciarla qui”, il sergente maggiore dice la sua e poi… si riparte con la cucina dietro. Rotelli dice che non rivedrà più Roma, gli dispiaceva morire così giovane, alle prime curve dopo un paio di km, devo fare retromarcia in quanto il raggio di sterzata era più grande del sentiero, al di sotto precipizi di centinaia di metri, nella retromarcia sento la cucina che sbatte nel costone di roccia, dentro di me dico peggio per lei.

Quante volte ripeterò questa manovra, eravamo di fronte al monte Grappa sempre oltre ai 1.000 metri, mi dicevo se tiene il freno a mano siamo a posto, comunque metto la prima e punto verso la montagna, se si dovesse rompere il freno a mano… Dopo un paio di ore di marcia, arriviamo in piano e Rotelli canta “Quando saremo fora dalla Valsugana ecc.”, eravamo veramente fuori da questa valle, che rimane più verso il nord.

Si costeggia il Brenta, si passa da Bassano, vedo gli alberi dove i tedeschi avevano impiccato i partigiani nel 1944, ad occhio e croce diverse decine, vedo il famoso ponte, quello rammentato nella canzone degli alpini. Poi si passa vicino al Montello, un omaggio a mio zio mitragliere, che fece un po’ più del suo dovere 36 anni prima, facendo massacrare un paio di centinaia di giovani, solo perché avevano una divisa di un altro colore e volevano passare il Piave.


Si affianca uno dei due motociclisti della nostra autosezione: é Zapponi, che si complimenta, per la discesa ci dice che siamo staccati di diversi km. Durante le autocolonne a parte delle radio mobili, montate sui fuoristrada, vi erano due motociclisti per autosezione, che facevano la spola dando disposizioni, saluti, consigli. Verso Conegliano, ci passa in rassegna il generale Biglino, che comandava la Folgore, nota subito l’elmetto del R.E. messo sul paraurti ed il nastro della mitraglia Warsellose Alt, poi bonariamente mi dice di toglierlo, voi non siete soldati in battaglia, siete solo in manovra. Svolgo il nastro, poi stacco l’elmetto, che finiscono in una macchia, ci saranno tuttora.

Dalla naja del Tigre.

(Enzo Pruneti)