Storia di un cane randagio

Foto da www.80035.it
Foto da www.80035.it

Questa è una breve storia, di un cane randagio e del suo incontro con l’uomo.

E’ successo a me, pochi anni fa.

Mi trovavo in un paese orientale, dove i CANI RANDAGI erano ad ogni angolo di strada, vivendo di quello che buttavano i turisti, degli avanzi degli abitanti, dei rifiuti dei venditori di pesce sulla spiaggia.

Magri, spelacchiati, per nulla impauriti ma soprattutto sempre buoni e festosi, speranzosi che dietro un sorriso ci fosse un boccone di cibo.

Il piccolo CANE era sul ciglio della strada, solo, senza fratelli o mamma al seguito e magro da far paura.

Trotterellava alcuni metri per poi fermarsi ad ogni passaggio di bicicletta o macchina, schiacciandosi appena sulla terra polverosa.


Troppo piccolo per poter provvedere a sé stesso, troppo grande per prendere ancora il latte dalla madre, io mi sono fermata, l’ho raccolto come si raccoglie una piuma delicata, con il terrore di fargli male tanto le ossa sporgevano dal pelo abitato da un plotone di pulci.

Simpatico, docile, affettuoso, è bastato davvero uno sguardo tra me e quel cane.

Portato a casa ho provveduto ad abbeverarlo con acqua fresca e pulita ma soprattutto a versargli in una piccola ciotola un poco di cibo per cuccioli.

Di fronte a tale abbondanza il piccolo cane ha cominciato a mangiare a piccoli morsi, fermandosi per fissarmi e scodinzolare pieno di gratitudine.

Con la pancia finalmente piena e un paio di coccole si è addormentato all’ombra di uno scooter, tranquillo, stendendo le zampe microscopiche e abbandonandosi ad un momento di felicità.

Cosa ne avrei fatto successivamente ancora non potevo saperlo, mi bastava sapere di aver provveduto a rendergli la giornata meno difficile.

Avevo tempo, i miei giorni in quel posto tropicale non avevano una scadenza, sarebbe potuto crescere con tranquillità, lo avrei liberato dal tormento dei parassiti che correvano sulla sua pancia inarrestabili.

Ma non si riempie la pancia di chi non mangia da settimane pensando di aver risolto tutto.

La cruda verità è che quel piccoletto aveva le ore contate e quell’ultimo, unico, pasto decente è stato mortalmente fatale.

Una volta svegliato ha cominciato a irrigidirsi e a respirare con affanno.

Il benessere che crediamo di portare spesso è troppo per un cane randagio.

Il suo cuore batteva all’impazzata e lo sguardo era in preda al terrore dovuto al forte dolore che una normale digestione era in corso.

Nessun veterinario avrebbe potuto salvare quel gomitolo di pelle e pelo, sarebbe morto di stenti se non l’avessi nutrito ma nutrirlo aveva solo accelerato la fine dei suoi giorni amari.

L’ho cullato tra le braccia perché non avesse paura, guardandolo infine chiudere gli occhi dopo un lungo interminabile sospiro.

Nemmeno il tempo di trovargli un nome, nemmeno il tempo di farlo giocare come tutti i cuccioli dovrebbero fare.

La piaga del randagismo è complessa e crudele, ma un attimo di gioia so di averglielo regalato e quello sguardo grato è stato il suo ultimo sguardo sul mondo.

(Ilaria Vitali)