invidia-facebookdi Ilaria Vitali

Dei 7 peccati capitali, terribili inclinazioni negative proprie dell’animo umano, quello dell’INVIDIA ha subito una vera e propria evoluzione, cavalcando il web fino ad impossessarsene e rendendolo terreno fertile sul quale proliferare e diffondersi.

Invidia, dal latino “guardare contro, ostilmente, biecamente”, è quel sentimento dal sapore amaro che si prova relativamente a un bene, o una qualità o a uno status posseduti da un’altra persona, un sentimento talmente forte da tradursi spesso in ODIO verso quella stessa persona e in FRUSTRAZIONE per non possederne le stesse qualità o beni o status.

Il fenomeno dell’invidia sociale oggi è prepotentemente affiancato a quello del CONSUMISMO che crea incessantemente nuovi (illusori) bisogni, tanto che il “cogito ergo sum” di cartesiana memoria è stato diabolicamente sostituito da un meno spirituale “POSSIEDO, DUNQUE SONO”, dove per oggetto del possesso non si intendono solo oggetti ma anche e soprattutto situazioni.

Provate a postare su Facebook “mi trasferisco ai Caraibi” e “ho una grave malattia terminale”: i likes che otterrete e i messaggi di conforto per la vostra situazione disperata saranno di gran lunga superiori a quelli per la vostra improvvisa ventata di fortuna.


La condivisione di tragedie fa più audience della condivisione di felicità.

Sul web gli invidiosi spesso si nascondono dietro a fantasiosi nickname con i quali si permettono, codardamente, di inveire, criticare animosamente, provocare, insultare chiunque e chicchessia ritengano oggetto della loro personale invidia.

I meccanismi psicologici dietro a questo crescente e virulento fenomeno sono complessi.

Da un alto la frustrazione per ciò che si è (ha) e si vorrebbe essere (avere), dall’altro la preoccupante necessità di sentirsi al centro di un’attenzione virtuale in quella che potremmo definire “sindrome del bastian contrario”: non sono d’accordo con te (ma segretamente vorrei essere te), lo “scrivo” apertamente e attendo likes al mio commento che mi fanno magicamente sentire di esistere.

E paradossalmente, dall’altra parte, ci sono coloro che, pervasi da insana invidia, non attendono altro che pubblicare stati di inenarrabile felicità (spesso fasulla) per provocare a loro volta quel pungente sentimento.

Enfatizzare la propria personalità e il proprio status per apparire più interessanti, per avere un numero di “amici” elevato (la richiesta dell’amicizia su Facebook spesso è un autentico paradosso), per ottenere più auguri per il proprio compleanno, per sbattere letteralmente in faccia al nutrito mondo dei social la propria forma fisica, è un gioco che causa veri fenomeni di dipendenza da social.

L’invidia sociale oggi sta vivendo un momento di massima gloria, ognuno può dire quello che vuole e nelle modalità che gli passano per la testa, creando infinite diatribe a puntate degne della più avvincente soap opera e a colpi di post che sprigionano veleno.

Lo stesso Zuckerberg ha fatto un deciso passo indietro rispetto alla decisione di introdurre un tasto “non mi piace” su quello che è a tutti gli effetti il palcoscenico d’eccellenza per gli INVIDIOSI SOCIALI.

Il confronto sociale su Facebook è a portata di mano, anzi di clic.

Bastano una foto, un’esternazione di un sentimento, un’opinione in merito a qualsivoglia accadimento, per scatenare un autentico e forsennato odio che molte volte risulta imbarazzante, soprattutto per l’uso inappropriato della lingua italiana, altro fenomeno, quest’ultimo, decisamente preoccupante che ha creato un mondo parallelo dove vivono confinati apostrofi, accenti e molte “h” del verbo avere.

C’è poi chi, dell’invidia sociale, ne ha fatto un vero e proprio business di visite, testate giornalistiche che pubblicano interviste a coloro che “ce l’hanno fatta”, i vincenti nella vita, nel lavoro, negli affetti, cui seguono centinaia di commenti acidi e al limite della denuncia.

Ma intanto l’articolo si legge, si diffonde, se ne parla, fino alla nuova storia.

L’uomo da animale sociale si è trasformato in animale VIRTUALMENTE sociale, chiuso in un’invidia che vorrebbe a sua volta provocare.

“Invidiare è dell’uomo, compiacersi del male altrui, del diavolo”

A. Schopenhauer