Un vero cittadino del mondo, ma affezionato a Tenerife Adeje.

Ho incontrato il signor Bruno Bonizzato, un italiano che passa alcuni mesi qui a Tenerife Adeje, per farmi raccontare la sua straordinaria vita: questo cordiale ed incredibile signore ama farsi chiamare “il motociclista solitario di Santa Maria”; ha già «macinato» 1 milione e 250mila chilometri con la sua moto, vale a dire che ha già fatto trenta volte il giro attorno al mondo.

Un record, ma non sono i Guinness ad interessarlo. Bruno, nativo di Santa Maria di Negrar in provincia di Verona, 69 anni portati benissimo, commerciante in pensione, ha imparato a cavarsela in ogni situazione. Ha vissuto mille avventure e assaggiato ogni tipo di cibo, ma ogni nuovo viaggio per lui è un’emozione. Lui dice che qui a Tenerife si rilassa (forse anche troppo! infatti scappa per poi ritornarci) ma si prepara per un’altra delle sue avventure.

La moglie (santa donna per me!) ora non lo segue più come una volta nei suoi viaggi, se ne sta qui, nell’isola dell’eterna primavera, come Penelope in attesa del ritorno del suo “Ulisse”, spesso con apprensione ed ansia per le “gesta” del marito in paesi non sempre civilizzati, o perlomeno non civilizzati alla nostra maniera, come ci racconta Bruno, che considera qualunque popolo e la sua cultura, come fonte continua di conoscenza, anche a 69 anni, di nuove abitudini, di regole sociali, cibi, climi e paesaggi.

Così inizia a raccontarmi, è incredibile quante cose abbia visto in giro per il mondo, e se le ricorda tutte anche nei minimi particolari, si ricorda nomi, paesaggi, monumenti, cittadine sconosciute a noi semplici mortali, cibi  quasi inqualificabili, immagini di donne con i vestiti caratteristici del loro paese, e mentre parla e parla infervorandosi di parola in parola, i suoi occhi brillano nel raccontare tutte queste avventure e disavventure delle quali è stato il protagonista solitario in “giringiro” per il mondo. Mi spiega che ha quattro moto differenti fra loro da usare in base ai paesi che visita.

Bruno, un vero lupo solitario, che carica e stracarica la sua moto, e… parte, senza sponsor, senza giornali che lo celebrino, in sordina, spinto da una incrollabile volontà e passione per l’avventura motociclistica; vanta imprese indimenticabili in ogni continente e merita tutta la nostra ammirazione e la nostra benevola invidia per quanto e’ riuscito a realizzare.

Una volta in Etiopia si è insabbiato in uno “uadi” (letto di fiume) che stava percorrendo in moto, ed è caduto,  è stato circondato da una quindicina di guerrieri nudi, ma armati fino ai denti. Avevano machete e kalashnikov e volevano soldi per lasciargli continuare la sua strada, “o mi ammazzate o mi lasciate continuare” e a quel punto i rapitori presero tutti i contanti che possedeva e lo lasciarono andare.


La calamita che lo attrae è il desiderio di conoscere altre culture e altri modi di vivere, dice con lo sguardo limpido e curioso di chi ha ancora voglia di farsi sorprendere dalla vita. «Ciò che vedo in giro per il mondo mi emoziona, che sia un tempio, una cascata, una cerimonia o l’ospitalità della gente». Alla fine di ogni viaggio promette (NdR più alla moglie che a se stesso) che appenderà il casco al chiodo, che farà solo il nonno, ma dopo qualche mese è già sparito. Partito per uno dei suoi avventurosi viaggi. Come farà ora. Destinazione India, tempo di permanenza tre mesi.

Una passeggiata per lui, che in media sta via dai quattro ai sei mesi, percorrendo strade dissestate nel deserto, al Polo, ai tropici, mangiando ciò che trova nei mercatini lungo la strada (non c’è animale che non abbia assaggiato, dai lombrichi fritti, ai topi arrosto, dalla scimmia in umido, al coccodrillo alla piastra) e dormendo nella sua inseparabile tenda con cerniera, che usa anche quando dorme su un letto vero. Questa volta non partirà in moto, come fa di solito, da Santa Maria. Volerà a New Delhi e comprerà una moto. «Una Royal Enfield 500», precisa. «Devo fare così perché in Pakistan non mi fanno passare in moto e spedirla costa più che comprarla nuova lì. Cercherò di raggiungere anche Sri Lanka e Bangladesh, sempre che la guerra con i Tamil me lo permetta».

In India, nella parte sud-occidentale, è già stato due anni fa, sempre in moto, sempre da solo, ma ha deciso non solo di tornarci ora, ma di ritornare in luglio. «Devo fermarmi qualche mese a casa, altrimenti mia moglie chiede il divorzio», scherza ma non troppo. Adattarsi è la sua parola d’ordine. Continua con il suo racconto; il sapore che finora lo ha più sorpreso è stato quello della carne di un grosso topo, dice che era buonissima, mentre critica l’iguana che a suo dire sa semplicemente di pollo, mentre i lombrichi fritti sono morbidi e dolciastri. Bruno non si ammala mai.

È vero che prima di partire fa tutti i vaccini necessari, da quello per la meningite, a quello per la rabbia, il colera, l’epatite, la febbre gialla, ma nei suoi lunghi viaggi (ha all’attivo anche un Alaska-Terra del Fuoco) non ha mai avuto né un mal di pancia, né un’influenza. Lui non si ferma nemmeno davanti alla paura per i rischi corsi.

Come la volta che in India per evitare il frontale con un autobus che sorpassava un camion, si è gettato da una scarpata rompendosi un piede e danneggiando la moto, ed anche quando è stato morso dai cani selvatici in Mongolia o ancora quando si è trovato un coltello puntato sullo stomaco in Bolivia e ha dovuto abbandonare la sua telecamera. “Per fortuna avevo appena tolto la cassetta del Perù con le immagini di Nazca”.