cow-806983_640di Bina Binella

Coloro che diventano vegani lo fanno per una serie di motivi che vanno dall’alleviare la sofferenza animale all’impostare la propria vita su un regime più salutare fino al tentare di ridurre le emissioni di gas serra; ma talvolta molte persone abbracciano il vegan style per tutti queste ragioni insieme.

Andrew Jarvis del Centro Internazionale di Agricoltura Tropicale della Colombia ha effettuato un interessante studio arricchito da vere e proprie simulazioni, considerando l’ipotesi che tutti gli abitanti della Terra possano diventare vegani entro il 2050.

Che impatto avrebbe sul clima e sulla vita un evento di tali proporzioni?

Se la carne rossa, giusto per partire da un elemento focale, lasciasse le nostre tavole, il primo a risentire del cambiamento sarebbe il clima.

La produzione di cibo animale è responsabile di 1/4, talvolta 1/3, delle emissioni di gas serra antropico di tutto il mondo.


La maggior parte della gente non pensa alla conseguenza che il consumo di cibo animale ha sui cambiamenti climatici.

Se diventassimo tutti vegetariani entro il 2050, le emissioni di gas serra diminuirebbero del 60% e nel caso invece diventassimo tutti vegani del 70%.

Questi i risultati di una simulazione eseguita al computer dall’Università di Oxford che ha partecipato allo studio di Jarvis.

Il bestiame, che richiede molto spazio, è una fonte di gas serra significativa anche a causa della conversione dei terreni a pascolo e alla conseguente perdita della biodiversità originaria.

Dei circa 5 miliardi di ettari di terreno agricolo mondiale, il 68% viene utilizzato per il bestiame.

Con una ipotetica conversione delle abitudini alimentari da onnivore a vegetariane o vegane, l’uomo potrebbe dedicare l’80% dei terreni adibiti a pascolo per il ripristino di praterie e foreste, vale a dire un modo non solo per salvaguardare la biodiversità ma anche per ripristinare l’equilibrio naturale dei grandi erbivori e dei loro naturali predatori come i lupi, che oggi vengono uccisi per difendere gli allevamenti.

Il restante 20% di territorio potrebbe essere utilizzato per la coltivazione di colture destinate a colmare le lacune nella nuova catena alimentare umana.

Nel mondo al momento attuale ci sono più di 3,5 miliardi di ruminanti domestici e decine di miliardi di polli allevati per il consumo umano; questo si traduce in lavoro per miliardi di persone che direttamente o indirettamente sono legati al processo produttivo.

Togliendo improvvisamente questo consistente mercato ci si troverebbe ad affrontare non solo uno sconvolgimento sociale ma soprattutto una disoccupazione epica.

La questione immediatamente successiva, ma non meno urgente, è che pur adottando i migliori piani, non sarebbe possibile offrire mezzi di sussistenza alternativi per tutti.

La forbice tra paesi sviluppati e in via di sviluppo aumenterebbe la sua apertura, laddove i primi potrebbero trarre benefici ambientali e sanitari non indifferenti mentre i secondi rischierebbero di cadere in una situazione di povertà assoluta.

Circa 1/3 delle terre del mondo è composto da pascoli semi aridi in grado di sostentare solo gli animali; quando in passato si tentò di riconvertire da pascolo a campo coltivato l’ampia striscia di terra a sud del Sahara e a nord dell’equatore, il Sahel, si ottenne solo desertificazione.

Vi sono poi popolazioni che storicamente vivono di bestiame come i mongoli nomadi e i berberi che, nell’eventualità prospettata, sarebbero costretti a migrare verso le città perdendo completamente la loro identità culturale.

La conclusione cui sono arrivati gli studiosi è principalmente che non tutto il mondo intero avrebbe bisogno di diventare vegetariano o vegano.

La chiave di volta della questione è la moderazione in termini di frequenza e quota procapite di consumo di carne.

Se solo il 40% della popolazione mondiale evitasse il consumo di carne, si assisterebbe alla riduzione del 17% delle emissioni dei gas serra.

Così come incoraggiare un maggiore consumo di frutta e verdura adottando prezzi popolari, sarebbe un buon deterrente per l’acquisto eccessivo di carne e prodotti derivati.

Ma ciò che manca, alla luce dei fatti e di fronte a scenari piuttosto realistici, è la volontà di attuare i cambiamenti.