Le banane che minacciano le Canarie

di Ilaria Vitali

L’arcipelago delle Canarie è noto, tra le altre cose, per le piantagioni di banane di cui è il maggiore produttore d’Europa.

Le banane delle Canarie sono coltivate fin dal 1400, importate dall’Asia e subito adattatesi ottimamente al clima tipico delle isole.

Nel corso del tempo hanno sviluppato caratteristiche uniche che le hanno rese molto diverse da tutte le altre; le banane canarie sono infatti più piccole di quelle tradizionali, con buccia più sottile e polpa estremamente dolce.

La produzione di banane rappresenta un pilastro nell’economia canaria che ora rischia di subire un pesante contraccolpo a causa di una politica competitiva europea da molti definita scorretta.

Il presidente di Asprocan (l’associazione delle organizzazioni di produttori di banane delle Canarie) ha di recente lanciato l’allarme spiegando che per le banane provenienti dal Camerun e dall’Ecuador si applicano condizioni vantaggiose di gran lunga migliori di quelle riservate ai produttori europei.


La produzione di banane del Camerun lo scorso anno è aumentata di 1.000 ettari così come sono aumentati gli investimenti in infrastrutture ferroviarie per facilitare l’esportazione in Europa, dove incontrano pochi dazi e controlli nell’ottica di un regime di libero scambio.

L’Ecuador, dal canto suo, sta effettuando grosse pressioni sull’Europa per penetrare il mercato, ottenendo già dallo scorso mese di dicembre tariffe di ingresso preferenziali per una banana molto più grande ma qualitativamente inferiore, stando al giudizio del presidente di Asprocan.

Da circa 3 anni le banane canarie hanno ottenuto l’IGP (indicazione geografica protetta) che sancisce la caratteristica di unicità del prodotto, ma la vera soluzione per far fronte ad una crisi che sembra già scritta sarebbe di agire direttamente sulla Commissione dell’Agricoltura europea.

Nel prossimo vertice di produttori  europei che si terrà presumibilmente in Alsazia a settembre, è intenzione di Asprocan di esporre le preoccupazioni della categoria, suggerendo misure correttive delle tariffe riservate.

Insomma, una vera e propria richiesta di salvaguardare i prodotti europei del tutto legittima.

Perché in gioco non c’è solo l’economia dell’arcipelago ma anche 14.000 posti di lavoro diretti e indiretti.