di Bianca Leonardi

L’avvento dell’era digitale ha rivoluzionato in maniera irreversibile il mondo e il modo di comunicare, ponendo l’individuo di fronte ad una scelta drastica: adeguarsi, entrando a far parte della rete globale, oppure dileguarsi, rimanendo in una sorta di cono d’ombra.

Oggi si stima che passiamo in media 6 ore al giorno davanti ad uno schermo contro i 30 minuti che occupiamo sfogliando un tradizionale giornale di carta stampata.

La rivoluzione avvenuta in pochi anni nel modo di fare informazione risulta impercettibile alla nuova generazione ma se riflettiamo al cambiamento che l’era digitale ha apportato alla vita comune ci rendiamo conto di essere in realtà in una fase di transizione.

Difficile dire se è venuto prima l’uomo tecnologico o il giornalismo digitale, quasi quanto appurare se è nato prima l’uovo o la gallina.

Internet ha indubbiamente creato un mondo parallelo virtuale destinato presto a sostituire quello reale, una vera e propria sfida professionale per il giornalismo che deve adattarsi al nuovo scenario informatico se vuole sopravvivere.


La televisione, apparentemente la meno colpita dall’era digitale, ha dovuto competere in realtà con le nuove tendenze legate allo streaming, che di fatto hanno dato modo al consumatore di scegliere, pagando, cosa vedere.

I tempi del Carosello a reti unificate via tubo catodico sembrano lontani anni luce.

Per non parlare della cara e vecchia radio, già reduce da una significativa crisi con l’avvento del tubo catodico e ora in lotta con la diffusione via internet dei programmi radiofonici.

Ma il vero cambiamento significativo è stato affrontato dalla carta stampata.

Oggi è impensabile che una testata giornalistica non abbia, in parallelo alla versione cartacea, un palinsesto on line in continuo aggiornamento.

Che questo abbia poi portato ad un peggioramento della qualità è un altro paio di maniche, ma che abbia significato un diverso modo di fare giornalismo è una realtà consolidata.

Se prima si attendeva l’uscita del quotidiano per apprendere notizie già vecchie di un giorno, oggi è sufficiente restare connessi e avere in tempo pressoché reale una finestra sul mondo.

Impensabile inoltre non avere una presenza martellante sui social network, veri vettori di informazioni, più o meno veritiere, più o meno necessarie.

Le abitudini degli utenti del resto rivelano la necessità all’adeguamento del modo di fare giornalismo: ogni minuto più di 700.000 accessi a Facebook, 2,78 milioni di video visti su YouTube, 2,4 milioni di ricerche su Google, più di 350.000 tweets e più di 38.000 foto postate su Instagram.

Cifre da capogiro che rappresentano una ghiotta opportunità per la pubblicità, anch’essa veicolata ormai sul web, la più grande vetrina commerciale oggi esistente.

E in questo folle tam tam che non ci abbandona mai, nemmeno di notte, molto si è perso e molto si è guadagnato.

Case history dell’Arcipelago Canario nella sfida dell’informazione digitale è quello del periodico Canarias En Hora (CEH), che ha saputo in soli 18 mesi adeguarsi ai nuovi sistemi, migliorare la versione on line su dispositivi mobili, dare ampio spazio ai contenuti audiovisivi oltre a diventare la prima televisione via internet delle isole.

E i risultati premiano lo sforzo: nel solo mese di agosto CEH ha registrato una media di 65.000 visite al giorno e 3,5 milioni di pagine viste.

Il futuro, secondo gli esperti di comunicazione, sarà l’eliminazione dell’edizione stampata e chi non sarà pronto, sarà destinato a scomparire.