Alex Bellini: Mi chiamavano montanaro!

Alex Bellini, partito da Genova, ha attraversato l’Atlantico in solitaria a remi e dopo 226 giorni di navigazione ha raggiunto Fortaleza, in Brasile, stabilendo il record della più lunga traversata atlantica mai compiuta.

Ringraziamo Alex che ci ha personalmente concesso la pubblicazione di sue memorie scritte durante la traversata atlantica.

CANARIE
7 dicembre 2005 – 5 marzo 2006
Ricordo che un giorno, nella mia terza settimana di viaggio, quando mi stavo avvicinando all’isola di Minorca, fui felice al solo pensiero di poter vedere davanti a me la terraferma, perché un punto fisso, con angoli e colori nuovi, in quel momento mi era di grande conforto.
Allora però non immaginavo che la prolungata vicinanza con la terra sarebbe diventata col tempo la prima causa di malumore e ansia.
Ora che ho lasciato Gibilterra alle spalle e che sono immerso in un nulla perfetto, provo sollievo, come se un peso mi si fosse levato dal petto.  Lontano dal trambusto, dalle luci della costa, dalle soste forzate di attesa, qui al buio, in completa solitudine e con i miei sogni un po’ meno sogni e il Brasile un po’ più vicino, sento di aver riconquistato il mio posto.
Il pensiero che l’onda che ha colpito in questo momento, con uno schiocco, la mia barca, è nata al Polo nord e che tra quindici, venti giorni si infrangerà su una spiaggia sudamericana, mi provoca un capogiro e al tempo stesso mi fa sentire parte di un meccanismo che si ripete identico da milioni di anni, superando glaciazioni, terremoti e inondazioni.
Sono inebriato, una moltitudine di emozioni mi raggiunge. L’oceano mi incute timore, ma al tempo stesso sa infondermi una tale pace che le parole non mi escono dalla bocca più forti di un sussurro.  Rimango in piedi, rivolto verso sud, verso il Brasile. Respiro a pieni polmoni e cerco di scuotermi di dosso le fatiche e i ricordi di questi primi tre mesi di navigazione. Sono felice, di una felicità semplice. Dopo mesi di attesa, aver conquistato il diritto di muovermi libero in oceano mi da quella grinta che gli sforzi sin qui fatti mi avevano fatto smarrire.
Ci sono giorni in cui ho un pensiero fisso. Lo guardo, lo giro tra le mani, non mi molla, lo seziono nelle sue parti più piccole e ne cerco il senso.  A volte il pensiero è una vecchia idea, altre volte un ricordo che credevo di aver rimosso e che invece ha resistito negli anni riportando alla luce profumi, odori, emozioni perdute. Ricordi di quando ero bambino e mia mamma riusciva ancora a prendermi in braccio e le sue braccia erano tanto grandi che le sentivo addosso come una coperta calda.
Ci sono altri giorni in cui invece potrei passare ore a remare senza pensare a nulla. Mi sento lontano dal tempo e dallo spazio. Giorno e notte, miglio dopo miglio, sempre e ovunque mare. Il tempo è un fattore che non conosco: oggi uguale a ieri e a domani. Lo spazio ha la forma di una barca e l’orizzonte qualcosa di irraggiungibile. Tutto perde di senso, così in questo stato di estasi, nella scia della barca, le giornate se ne vanno come luci di una nave di notte.  Nel mare vedo riflesso me stesso, chi ero e chi vorrei essere. Chi sono. Il mare è terapia. Calma le ansie, placa i dolori, guarisce e cancella le ferite, è quell’abbraccio che non sento più, mentre il vento, implacabile, cancella tutto lasciandomi con pensieri pieni di niente.
Oggi ho avuto una bellissima notizia che mi ha messo di ottimo umore. Il mio team mi ha comunicato che la mia traversata è ufficialmente legata a Nuovi Orizzonti, una ONLUS italiana che si occupa dell’accoglienza dei cosiddetti meninos de rua, i bambini brasiliani orfani o abbandonati che vivono disgraziatamente senza una casa.  Attraverso questa mia folle impresa, che oggi assume un nuovo significato e una nuova ragione di esistere, con alcuni sponsor cercheremo di raccogliere del denaro che io, nominato per l’occasione « Ambasciatore di solidarietà», consegnerò nelle mani dei responsabili del progetto affinché costruiscano un nuovo centro rifugio nella città di Fortaleza. Sono sicuro che anche nei momenti più difficili della traversata questo impegno mi darà una maggiore forza d’animo.  A chi, in futuro, mi chiederà che senso ha la mia avventura, potrò raccontare dell’emozione che proverò il giorno in cui, facendo visita a quei bambini di Fortaleza, consegnerò nelle loro mani la speranza di un futuro migliore.   Questa barca segna i confini del mio mondo che giorno dopo giorno diventa sempre più piccolo e da cui mi vorrei liberare. Ci sono giorni in cui non ne posso più di portarmi dietro questo pesante affare come una lumaca con il suo guscio e non basta pensare che sia legato alla mia sopravvivenza. Così quando proprio non ce la faccio più mi butto in acqua senza cime né paura e per un attimo mi libero da quello stretto senso di oppressione. E’ il quattordicesimo giorno di mare grosso e di riposo forzato in cabina. Nelle ultime ventiquattro ore ho subito altri due cappottamenti. Il primo, ieri sera, mentre cenavo. Il momento drammatico ha avuto anche un lato comico perché, mentre ero sottosopra, con la lampada che illuminava la cabina devastata, ho fatto di tutto per non rovesciare il cibo che stavo mangiando. Recuperata la posizione, mi sono prima preoccupato di finire la cena e solo dopo ho messo in ordine. E’ andata molto peggio la seconda volta. Stavo dormendo e mi sono preso una brutta botta a un fianco che mi fa ancora male. Ho un piccolo livido che si aggiunge ai molti altri che ricoprono le gambe.
A peggiorare il disagio si è aggiunto l’effetto del sole, che il mese scorso avrei considerato una manna dal cielo. Alle tre del pomeriggio, in cabina, il termometro dell’orologio segna 32 gradi!
La notte non va meglio. Dormo rannicchiato con le ginocchia al mento per rimanere il più lontano possibile dalle pareti e dall’oblò dove l’umidità, con il calare del sole, si condensa rapidamente in grosse gocce.
Le previsioni danno le stesse condizioni ancora per sette giorni. Ho paura di non riuscire a resistere tutto questo tempo.  Se attivassi l’EPIRB per emettere un segnale di emergenza, i soccorsi non arriverebbero prima di una settimana quindi, anche se volessi, non ci sarebbe alcun modo per scampare a questa furia.  Se mollassi ora sono sicuro che in futuro mi rimarrebbe la voglia di riaffrontare l’Atlantico. Se mollassi ora vivrei il resto della mia vita chiedendomi se ho toccato il mio limite o se dentro di me c’erano energie sufficienti per andare avanti e resistere. E la risposta non l’avrei mai. Quindi vado avanti. Perché è l’unica, o forse la più semplice, cosa da fare!

Tratto da “Mi chiamavano montanaro”
ed. Longanesi 2007
Alex Bellini

www.alexbellini.it