I gatti del Tigre

Kuwait

Due anni dopo la Guerra del Golfo feci per lavoro un lungo viaggio d’affari nelle nazioni della zona.

Vidi le bellissime autostrade a 4 corsie, perfettamente illuminate durante la notte; tante bellissime costruzioni realizzate con i petrodollari; distributori che vendevano la benzina (Saudi Arabia) a poco più di 100 lire al litro, un po’ meno dell’acqua. Visitai anche Safat, capitale dello stato del Kuwait, che galleggia metaforicamente sopra ad un mare di petrolio.

Sentii ben 5 volte al giorno il muezzin su nastro registrato che dal minareto delle sue 300 moschee chiamava i fedeli alla preghiera per Allah, il grande.

Nel Kuwait vidi le uniche ragazze in minigonna della zona del Golfo, neppure belle, mentre nelle altre nazioni, l’Altra metà del Cielo è scarsamente presente nelle strade e sempre intabarrata nello chador.

Una mattina presto mi trovavo nel porto di Safat e mi misi ad ammirare nella direzione del Tigri e dell’Eufrate da dove partì la nostra civiltà circa diecimila anni fa.


Notai che il livello del mare (che almeno in quel punto è come il Tirreno e non rosso) la sera arrivava alla banchina, ma al mattino si era ritirato per la bassa marea a circa 100 metri. Sul suo fondo vi era fanghiglia ed una specie di discarica, casse vuote, vecchi elettrodomestici, pneumatici, plastica varia ecc.

Ad una cinquantina di metri da me vidi tre gatti. Essi erano rispetto ai nostri soriani più alti e più lunghi e di una magrezza unica. Se nei lager e nei gulag vi fossero stati gatti, non potevano essere che come questi: il peso non arrivava ai due chilogrammi.

Curioso come sempre, andai a vedere cosa facevano.

Pescavano con la zampina destra artigliata, prendevano i pesci, che erano rimasti nella poca acqua sporca. Se li mangiavano di buon gusto. Ne arrivarono altri e si accodarono ai primi tre.

Io proseguii la mia camminata ed in un angolo del porto trovai una postazione abbandonata delle truppe di Saddam. C’erano molti bossoli di mitraglia russa da 12,5 e di kalashnikov, ne presi uno per tipo per ricordo.

 

Cuba

Nel 1995 andai a Cuba .

Alla Turgaviota del compagno Castro riuscii a fare almeno l’ordine di campionatura del mio beachwear.

Visitai con mia moglie anche l’ Havana, vidi la bellissima città, con i suoi edifici coloniali, chiese, fortificazioni e tanta, tanta miseria.

Masse di ragazzini vocianti reclamavano un dollaro (meno di 2.000 lire): un solo e semplice dollaro, il salario mensile dei loro genitori è, in pesos, sui 7-9 $.

Le giovanette si offrono ai maschi europei a 10 $ e sono considerate da Castro le “Ausiliarie del Turismo”.

Al ritorno sull’aereo della Air Europe ero accanto ad un industriale pratese con il quale facemmo una panoramica della nazione. Questi era dei soliti gattisti (grandi spiriti liberi) e mi disse che nella città non aveva visto neppure un gatto.

Gli risposi che al Melia a Varadero, un albergo da 500 camere, ve ne erano tre, genere soriano e ben pasciuti, forse li avevano portati gli spagnoli gestori dell’hotel.

Questo signore avanzò l’ipotesi che i cubani nella gran miseria se li fossero mangiati, proprio come successe alla gran parte dei gatti italiani nella Seconda Guerra Mondiale.

Mi ricordo che nel 1943 sparivano in continuazione gatti giovani, preferibilmente maschi. Venivano uccisi, poi gli veniva tagliata la rotonda testa da felini, quindi messi in acqua corrente almeno per tre giorni ed infine serviti come conigli in prestigiosi ristoranti.

Gli acquirenti, dopo alcuni mesi che i ristoranti offrivano il coniglio (felinato) senza i punti della tessera, si fecero scaltri e volevano vedere le teste.

I furbi ristoratori tenevano qualche capo di coniglio e servivano i poveri mici in umido con le patatine.

Tigre 31 – Enzo Pruneti