Tellurio, il più grande deposito al mondo è nelle acque delle Canarie

Nella tavola periodica degli elementi, il tellurio è presente con il numero atomico 52 con la sigla Te ma, nella cronaca dell’ultimo periodo, è rimbalzato prepotentemente al centro dell’attenzione in seguito ad una spedizione scientifica effettuata nelle profondità marine vicino alle isole Canarie.

Il Centro Oceanografico del Regno Unito nel mese di ottobre dello scorso anno, inviò la nave di ricerca RRS James Cook che, salpata dal porto di Santa Cruz de Tenerife, è andata a scandagliare una vasta area sottomarina in corrispondenza di un altopiano che corona la montagna sommersa Tropic, uno dei rilievi sottomarini emersi 100 milioni di anni fa e poi di nuovo sommersi che si presume siano stati gli antenati delle attuali isole Canarie.

I risultati dell’operato britannico non hanno risparmiato ondate di entusiasmo e sorpresa quando sono stati annunciati pubblicamente con la notizia del ritrovamento di un serbatoio di circa 2.670 tonnellate di tellurio a 1.100 metri di profondità.

La spedizione Drago 0511 dell’Istituto Geológico y Minero de España (IGME) condotta già nel 2015, segnò un punto di svolta nella raccolta di dati su montagne sommerse che sono stati vulcani attivi prima del Cretaceo, mostrando le grandi potenzialità di un’area antica e in grado di racchiudere minerali preziosi come il tellurio.

Come ben puntualizza il geologo tinerfeño Antonio Afonso, il tellurio ha una rilevanza strategica per lo sviluppo di nuove tecnologie, in particolare nel campo della connettività della telefonia mobile e nella costruzione di pannelli più efficienti per sfruttare l’energia solare, entrambi due settori in enorme sviluppo.

Inutile precisarlo, il metallo in questione ha un valore di mercato elevatissimo; per il suo utilizzo non sono richieste grandi quantità come per il ferro e qualcuno già ipotizza che nel 2050, quando la domanda globale di energia elettrica raggiungerà i 30 terawatt, il tellurio diventerà un autentico must.


Scoperto nel 1782 nelle miniere d’oro in Transilvania da Franz-Joseph Müller von Reichenstein che lo chiamò metallum problematicum, al principio venne confuso con l’antimonio e quindi fu Martin Heinrich Klaproth nel 1978 che, esaminandolo, ne determinò la sua esistenza dandogli il nome di tellurio dal latino tellus, terra.

Molto apprezzato per la capacità di migliorare la resistenza e la durata in lega con altri metalli e per ridurre la corrosione da acido solforico, il prezioso metallo rappresenta, paradossalmente, una porta sul futuro della tecnologia.

di Grazia Riolo