I nostri anni ’50” è il titolo di un gustosissimo libro di Marta Boneschi, uscito per la “Mondadori” nel 1995; il sottotitolo è particolarmente azzeccato: “Poveri ma belli”. Il titolo si adatta come nessun altro alla comunità di italiani a Tenerife: siamo quasi tutti nati negli anni ’50, o subito a ridosso di quel mitico decennio; ed anche il libro è adeguato ad essere letto o riletto alla spiaggia, da pensionati ormai tanto lontani dalla povertà rievocata da quelle pagine. Consiglio caldamente a tutti questo grosso tomo, che si può reperire facilmente tramite internet in formato cartaceo (ad una spesa incredibilmente modica) oppure in e-book. L’autrice Marta Boneschi era soltanto una giornalista-saggista, nemmeno tanto nota, fino all’uscita di quest’opera, con la quale si rivela una vera storica. Riesce a ricostruire il mitico decennio sotto ogni possibile profilo: la cronaca, la cronaca nera, la vita in carriera, lo spettacolo, lo sport, il clima politico… Perché dico “mitico decennio”? Non soltanto è tale per noi che eravamo bambini, e per questo viviamo dei momenti di “nostalgia canaglia”, ma anche per la valutazione storica, che deve innanzitutto rilevare come un popolo che non si era fatto onore sui campi di battaglia durante la guerra conclusasi da poco, in un decennio soltanto sbalordì il mondo intero con la sua vera epopea, una epopea civile, per cui passò dalle case prive di servizi igienici, dalle “pezze al culo” e dalla voglia disperata di un piatto di lasagne, alla soglia del decollo come potenza industriale mondiale. E’ impressionante per quantità, completezza ed esattezza, la raccolta di materiale delle cronache del tempo effettuata dalla Boneschi, che si rivela appunto una vera storica. Ma non è una filosofa, ed io che lo sono un pizzico, mi permetto di far notare come sia sfuggito alla Autrice il carattere di ambiguità dell’epoca di cui tratta, quel carattere che in fondo è una costante di tutte le epoche. Gli anni in questione furono infatti un campo di battaglia per tante umane contraddizioni. Tra le altre, un forte sentimento di umanità socialmente diffuso, caratterizzato da slanci generosi, convisse allora con una feroce intransigenza e superficialità di giudizio morale.

Porto qualche esempio fra i diversi possibili:

Nel suo minuzioso lavoro di ricostruzione storica la Boneschi descrive con efficacia anche il dramma della alluvione che colpì il Polesine nel novembre del ’51. Così termina la sua lunga, drammatica rievocazione: “Quando i primi profughi arrivano alla Stazione Centrale di Milano, la gente ha le lacrime agli occhi. Quei bambini avvolti nelle coperte, quelle donne con un misero fagotto sotto il braccio accendono la miccia dei ricordi. Non era abbastanza la guerra ? Ognuno dà qualcosa, ma ciò che serve sono soprattutto beni preziosi come un paio di scarpe e un cappotto.”.

Nel febbraio del 1953 toccò all’Olanda essere sommersa, e sicuramente gli Olandesi ci diedero una lezione di efficienza nell’opera di soccorso. Ma gli Italiani diedero a tutti lezioni di generosità. Così continua la Boneschi: ”Due emigrati, trentini di Carisolo, Salvo Fiorindo e Gaetano Piovinelli, prendono a prestito una barca al Circolo cattolico di Rotterdam, la caricano di coperte, salvagenti e viveri e puntano sull’isola di Overflakkee, dove salvano i 3500 abitanti arrampicati sulla diga. Ci impiegano quattro giorni. Al quinto il padrone olandese fa loro sapere che non effettuerà trattenute sulla paga: considerino quelle giornate in conto ferie”.

Questi due casi testimoniano della generosità e umana solidarietà degli anni ’50. Ma vi fu anche la grettezza e la ferocia, fu questo il fondamentale paradosso degli anni ’50: tanta umanità, un sentimento di umana compassione tanto diffuso, tanta solidarietà ma anche tanta grettezza.
Dopo aver riportato qualche esempio di una delle due facce di questo mitico decennio, ecco qualcosa dell’altra faccia:
“Nulla sfugge alla Chiesa. Ma almeno in un caso, che fa scalpore nel’57, la petulanza del vescovo di Prato, Pietro Fiordelli, nuoce alla causa. Mauro e Loriana Bellandi, parrocchiani di don Aiazzi, si sposano civilmente. Fiordelli scrive una lettera pastorale nella quale i Bellandi sono definiti “pubblici concubini”, per lui un matrimonio in municipio è carta straccia. A pubblicizzare l’insulto provvede don Aiazzi, che stampa la lettera e la diffonde in parrocchia. Bellandi cita il vescovo e il parroco per diffamazione. I laici provano a ragionare, ma contro il fanatismo c’è poco da fare. Il giurista Achille Battaglia esorta Stato e Chiesa al rispetto reciproco e ricorda che se un cittadino osserva le leggi dello Stato, un sacerdote non può diffamarlo in pubblico. Monsignor Ernesto Pisoni, direttore del quotidiano cattolico “l’Italia”, replica che è preciso dovere del pastore additare i pubblici peccatori. Qualche tempo dopo, Bellandi ha un colpo e resta semiparalizzato. “E’ la folgore divina” commenta un fedele romano…………………………………………………………………………………..
In prima istanza il vescovo è condannato ad una multa, poi è assolto in appello. Andreotti, ministro delle Finanze, denuncia che il processo è stato “un impressionante episodio di laicismo anticlericale, che dobbiamo combattere come il comunismo”. Il presidente del Consiglio Adone Zoli condivide il suo sdegno “perché sul caso del vescovo si è instaurata una speculazione politica”.
I ministri DC prendono sfacciatamente le parti di Fiordelli, mai quelle del cittadino offeso e men che meno quelle dello Stato, vilipeso nelle sue leggi. Il guardasigilli Guido Gonella coglie l’occasione per promettere ancora una volta il CSM, previsto dalla Costituzione e nascituro da ormai dieci anni. poi ripiega su una scelta più conveniente, quella di blandire i magistrati e promettere loro scatti di anzianità biennali invece che quadriennali” (op.cit. Pagg.79-80)”. 

di Davide Selis