Il rischio ambientale è solo una delle conseguenze che si prospettano con la presenza eccessiva di capre selvatiche nelle zone di Teno e Anaga.

Oltre a minacciare seriamente la flora endemica, le capre selvatiche costituiscono un serio pericolo anche per gli escursionisti e per il traffico in generale.

Il direttore insulare di Sostenibilidad y Medio Ambiente José Antonio Valbuena informa di uno studio effettuato per analizzare il fenomeno, una relazione dettagliata suddivisa in due parti, una delle quali tiene conto del problema sociale provocato dalla presenza delle capre.

All’interno di questa sezione vengono prese in considerazione le varie visioni del problema da parte degli abitanti, degli ambientalisti, dei proprietari degli allevamenti, degli agricoltori, degli esperti della Università di La Laguna e delle diverse amministrazioni coinvolte.

Questa parte dello studio è stata la più complessa poiché alle numerose riunioni organizzate per affrontare la problematica sono mancati molti esponenti dei gruppi di cui sopra,

La seconda parte si concentra più sugli allevatori e sugli agricoltori, i più colpiti dalla presenza di capre selvatiche che hanno un impatto negativo sul bestiame domestico e sulle colture,


Le capre selvatiche di Teno e Anaga nascono come animali domestici ma in seguito sono state rilasciate per mancanza di controllo da parte degli allevatori; il boom della costruzione e le modifiche della legge sulla caccia hanno giocato poi un ruolo chiave nel generalizzare questo problema.

Mentre nel primo dopoguerra la capra aveva un ruolo fondamentale di sostentamento per le famiglie, in seguito al boom edilizio il numero dei capi randagi è aumentato notevolmente e il passaggio dall’allevamento all’attività di turismo ha decretato il consolidarsi dell’aumento della popolazione di capre randagie e prive quindi di controllo.

A questo quadro si è aggiunta l’esclusione della capra dalla caccia, laddove prima poteva essere uccisa e destinata a consumo umano.

La ricerca effettuata rivela che sia a Teno che a Anaga, il 50% delle capre non sono regolari, benché vi sia volontà da parte dei rispettivi proprietari di provvedere quanto prima.

Il problema, al di là del disagio che arrecano, è che spesso le capre pascolano nelle riserve o nei parchi rurali, compromettendo l’equilibrio ecologico di zone che sono protette.

Nutrendosi della flora autoctona costituiscono un rischio elevato di eliminazione di specie particolari nonché dell’introduzione di specie invasive in grado di provocare danni non solo al delicato ecosistema, ma anche all’agricoltura.

Scopo dello studio commissionato dal Cabildo è quello di risolvere questo fenomeno con un programma di azione efficace.

Oltre alla evidente difficoltà di avere un censimento reale delle capre selvatiche esistenti su territorio, per poter risolvere la questione occorrerebbe un controllo più zelante sugli allevatori da parte degli organi preposti; non di minore difficoltà è il tentativo di riportare in cattività gli esemplari ora allo stato selvaggio senza procurare loro danno.

Quest’ultima ipotesi è resa ancora più complessa dall’esistenza di una legge sanitaria che vieta di introdurre animali selvatici all’interno della catena alimentare, omettendo di garantirne la tracciabilità.

Questo significa che, una volta recuperate le capre selvatiche, si dovrebbe procedere alla loro soppressione.

Non da ultimo, lo studio mette in evidenza il rischio di erosione cui alcune zone sono sottoposte in seguito al passaggio e al pascolo delle capre, zone spesso frequentate da escursionisti che risulterebbero in pericolo per eventuale caduta massi o frane del terreno.

di Bina Bianchini