Quando si parla di campi di concentramento il collegamento immediato è con quelli della Germania nazista, le cui immagini fanno parte ormai del collettivo comune in quanto a barbarie e violenza.

Ma i campi di concentramento sono una realtà, nella grande maggioranza dei casi appartenente al passato, che molti paesi hanno vissuto loro malgrado, e l’arcipelago delle Canarie è uno di questi.

Durante la guerra civile del luglio 1936 e la rivolta militare del luglio di quell’anno, i primi campi comparirono per i sovversivi e per i condannati a morte.

Gli spazi utilizzati erano generalmente edifici nati per ben altro scopo e quindi la loro dislocazione risultò frammentaria.

A Gran Canaria si istituì il primo campo di concentramento, il Campo de Concentración de la Isleta, completamente affollato e dove molte persone sono state torturate e uccise in modi diversi; nel 1937 venne abbandonato e i prigionieri vennero trasferiti nell’antico Lazareto de Gande, per poi essere spostati successivamente nella struttura di Las Torres fino al 1941.

Sull’isola di Tenerife venne abilitato come centro di detenzione un complesso di vecchi magazzini ceduti per tale scopo dagli stessi proprietari; si trattava di Casa African Eastern, in Avenida de Las Asuncionistas de Santa Cruz de Tenerife, che in precedenza erano appartenuti agli esportatori di banane Fyffes.


Il rappresentante della Casa Elder di Tenerife, in quell’epoca console di Svezia, donò venti rotoli di filo spinato per impedire la fuga dal campo dei prigionieri, dei quali si ricorda l’intraprendenza grazie alla realizzazione a mano di un documento segreto di propaganda chiamato Léeme.

A Santa Cruz il campo di concentramento rimase operativo fino al 1950 e servì anche come carcere per un totale di 1.500 persone.

Ma a Tenerife esistevano altri luoghi similari, come los Barracones de Los Rodeos y Vilaflor, conosciuti anche come prigioni galleggianti e dei quali si narra che furono i peggiori tra i campi di concentramento esistenti, a causa dell’elevato affollamento e dell’abitudine di gettare in mare i corpi dei detenuti torturati e uccisi; vi era poi il centro femminile di La Orotava e il famigerato penitenziario Colonia Agrícola Penitenziaria de Tefia a Fuerteventura, dove ad essere rinchiusi furono per lo più gli omosessuali.

In quella che fu un’epoca difficile e molto violenta, furono circa 20.000 i cittadini canari che vissero la terribile esperienza dei campi di concentramento, luoghi dai quali molti di essi non uscirono vivi.

di Ugo Marchiotto