Il ritratto degli imprenditori canari è tradizionalmente negativo e riflette un antico concetto che vede il datore di lavoro come soggetto bramoso di guadagnare soldi a tutti i costi, profondamente interessato e noncurante del benessere dei propri dipendenti.

Realtà o preconcetto?

Quel che è vero è che in particolare nell’Arcipelago il 70% delle imprese ha meno di 10 dipendenti e il padrone partecipa attivamente nella gestione della società, una situazione che potrebbe avere generato l’immagine del padre padrone diffusasi indiscriminatamente nel corso del tempo.

Un sondaggio condotto nello scorso ottobre ha dimostrato l’assoluta ignoranza dei cittadini riguardo i benefici che gli imprenditori apportano alla società.

Il 43% degli spagnoli è convinto che le aziende producano effetti negativi e solo il 55% degli intervistati segnala la creazione di occupazione come un effetto positivo, quando il tasso di disoccupazione del paese supera il 20.7%.

Solo il 21% pensa che sia positivo che le aziende paghino le tasse e solo il 27% crede che le imprese in generale contribuiscano alla crescita economica, ma il 79% degli intervistati afferma che le piccole medie imprese e settori come quello agroalimentare siano impegnati efficacemente per apportare benefici alla società.


Ma realmente, in questo ritratto un po’ frammentato, che cosa fanno di positivo gli imprenditori attraverso le assunzioni, il pagamento delle tasse e il perseguimento della formazione professionale?

Per tutti i lavoratori con regolare contratto, gli imprenditori trattengono una parte dello stipendio per il pagamento delle imposte sul reddito e per la Seguridad Social.

Su 100 euro pagati dall’imprenditore spagnolo, sono solo 58,6 gli euro che arrivano nelle tasche dei dipendenti, il resto, vale a dire contributi alla Seguridad del lavoratore e dell’imprenditore e imposta sul reddito, finiscono nella (grande) cassa dell’amministrazione pubblica.

Su questo aspetto la Spagna si posiziona nella media dei Paesi dell’Unione Europea, ma va anche detto che paesi come la Danimarca, la Norvegia e il Regno Unito trattengono meno soldi in busta paga, pur offrendo servizi pubblici di livello.

Ciò che l’imprenditore paga alla Seguridad Social per ogni lavoratore è invece superiore alla media europea, fattore che incide per il 30% del salario lordo, laddove in Danimarca o in Cile non esiste nemmeno la voce.

Ma attenzione, occorre sempre considerare il livello salariale del paese prima di giudicare il costo del lavoro.

Le imprese devono inoltre corrispondere altre imposte, come l’IVA e l’imposta societaria, che contribuiscono al sostentamento delle amministrazioni e dei loro servizi.

In Spagna l’imposta societaria è del 30% per le grandi imprese e del 25% per le piccole medie imprese; comparando queste percentuali con quelle dei paesi comunitari ci si rende contro che l’imposta societaria in Spagna è di 4 volte più elevata che nel resto della UE.

Riguardo all’IVA, ovvero la IGIC, con una percentuale del 21% si situa nella media europea e identifica la Spagna come uno dei pochi paesi dove si applica una super riduzione relativamente ad alcuni beni.

A queste fondamentali voci in uscita, occorre aggiungere altre imposte quali quelle di proprietà, di trasferimento di proprietà, sui dividendi, le transazioni finanziarie, la spazzatura, gli automezzi aziendali e la circolazione degli stessi.

E se qualcuno pensa che il ritratto sia terminato qui, si sbaglia.

La formazione dei lavoratori, fondamentale per garantire un know how all’avanguardia, comporta investimenti per i quali la Spagna, con il 75%, supera la media europea; sono molte le aziende inoltre che contribuiscono con patrocini e sostegni a società senza scopo di lucro.

Unitamente all’esborso non va dimenticato il complesso labirinto burocratico nel quale si trova immerso l’imprenditore moderno quando decide di avviare il proprio business.

Secondo l’ultimo rapporto a cura del Banco Mundial, una società per iniziare ad essere operativa necessita per lo meno di una dozzina di procedure e di una media di 23 giorni di attesa.

E una volta avviato il business, l’impegno a rimanere competitivi e sani è significativo, affrontando crisi settoriali, perseguendo la diversificazione, mantenendo il personale, garantendogli continuità di lavoro e di stipendio; a quest’ultimo proposito è bene sottolineare che, alla fine dei conti, un imprenditore per ogni euro pagato al proprio dipendente, ne deve sborsare 1,71.

Insomma, il ritratto dell’imprenditore canario, a dispetto di quanto si possa ancora immaginare e soprattutto ignorare, non è poi così male.

di Valeria Pezzi