Vivere in una terra della quale dapprincipio non parlavo la lingua mi ha regalato un punto di vista nuovo su faccende fin troppo attuali.

La parola è il nostro pacchetto azionario, il peso specifico di cui disponiamo sul mercato della relazionalità.

Non comprendere i discorsi attorno a noi è come essere prigionieri dentro una bolla di cristallo,  incapaci di provvedere alle nostre esigenze primarie ma anche di far valere le opinioni e i diritti, la possibilità di incidere.

Uno straniero intelligente e uno tonto, uno buono e uno cattivo, uno ignorante e uno colto, diventano forme di vita genericamente uguali: come pesci rossi.

Il primo attributo di un essere umano solo sulla terra altrui, immerso nel suono di parole che sono solo rumore, è “f r a g i l e”.

Tenerife è una metafora perfetta di Babele, l’afflusso disordinato di 8 etnie in un isola grande come un ditale, non ha ancora trovato una sua sintesi cosmopolita.


Si parla una lingua faticosa, il “todo nada”, un misto di gesti, ammiccamenti, parole pronunciate alla meglio, in non meno di tre lingue diverse, in ogni discorso.

La prima metà del tempo, serve per capire da dove viene la persona che si ha davanti, la seconda metà è troppo breve per usarla male.

Paradossalmente, da questa difficoltà apparente, nasce un modo nuovo di andare alla sostanza, meno salamelecchi, più schiettezza, pochi pettegolezzi, preliminari brevi, e un contatto umano in cui “umano”, non è solo un aggettivo troppo usato. 

E per questo credo, che per tante persone, diventa “casa” molto in fretta.

Siamo un poco obbligati ad offrirci una disponibilità senza preliminari, diamo una chance a più persone, perché ripartiamo da un mondo più piccolo e più vuoto.

Poco male se poi dobbiamo eliminare i più.

Al netto del piacere con cui gli italiani parlano “degli italiani” come sempre si trattasse di altro da sé, la verità è che il solo fatto di cambiare il modo di rapportarci alla vita e alle relazioni è una rinascita, che ci piaccia o meno ci stiamo portando avanti con la storia, e gli italiani nuovi, che pensano in una nuova lingua, poi piano piano penseranno in un altro modo, siamo proprio noi.

di Claudia Maria Sini