Totò Riina, la morte del boia

Davanti alla morte tutti dovremmo provare pietà. La morte arriverà a toccarci tutti prima o poi, un colpetto sulla spalla, muoviti, è arrivato il tuo turno.

Per Totò Riina, noto boss mafioso, che è deceduto oggi nel carcere di Parma, la morte è arrivata a coprire il sangue versato dalle sue vittime, i misteri che porterà con sé, una delle più brutte pagine della nostra storia.

Cosa Nostra diventò per anni cosa sua, fino al suo arresto nel gennaio del 1993 ad opera dei carabinieri del Ros, e continuò ad essere così anche all’interno del carcere dove fu rinchiuso.

Totò Riina aveva 87 anni.

Per la serie chi ha il cuore in pace vive cent’anni.

Lo chiamavano “u curtu”, i suoi compagni di mafia, perché era piccolo, ma anche la Belva, per la sua ferocia nel compiere e nell’ordinare l’esecuzione dei suoi delitti.


La sua ”carriera” iniziò con furti di bestiame e covoni di grano con Luciano Leggio, il cui nome fu trascritto come Liggio, e per tutti Liggio rimase, che lo introdusse nella COSCA MAFIOSA, a cui già apparteneva lo zio paterno di Riina, Giacomo.

A 19 anni il suo primo omicidio accertato ai danni di un coetaneo, durante un litigio, e non scontò neppure per intero la condanna di 12 anni che gli fu inflitta per questo reato.

Come se la vita di un uomo valesse qualche anno di reclusione, e per buona pace di tutti, all’uscita dal carcere, Riina e quelli come lui, fossero redenti e riammessi ad ampio titolo nella società comune.

Si occupò, sempre con Liggio, di macellazione clandestina, di bestiame rubato, e dopo il ’58, sempre con Liggio, uccise il suo capo mafioso Michele Navarra, con la partecipazione della sua banda, e scatenò una guerra tra la sua e quella del Navarra.

Nel ’63 venne arrestato di nuovo. Nel ’64 ci fu anche l’arresto del compare Luciano Liggio.

Ma anche in questo caso uscì dalla cella prima del dovuto perché venne assolto dal processo a suo carico nel 1969.

Tra un soggiorno obbligato, la sua lunga latitanza, omicidi e sequestri di persona, la sua storia si dispiegherà tra guerre di mafia con la benedizione dello Stato, che si arrese soltanto alle confessioni del pentito, nel maxi-processo,  Tommaso Buscetta, al quale Totò Riina, in risposta, fece uccidere 11 parenti.

Queste confessioni contro di lui gli costeranno l’ergastolo.

Nelle mani di Buscetta passarono fiumi di droga, e fece soldi anche con gli appalti e la speculazione edilizia.

Dal carcere condannò a morte Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxi-processo, che gli aveva definitivamente precluso la libertà.

Infatti Totò Riina continuò nella sua vocazione e mansione di Padrino a tutti gli effetti anche dietro le sbarre, intercettato più volte a vantarsi delle sue gesta e a minacciare senatori a vita.

Totò Riina non si pentì mai dei suoi crimini. Fino alla fine.

Oggi il boia è morto. Con lui non morirà, purtroppo, la Mafia, piaga della nostra Italia, sistema linfatico del nostro Paese.

Buona pace a te, Riina. Che i diavoli, all’inferno, non ti usino pietà.

di Danila Rocca