Finalmente è partita. A quasi cinque anni dalla presentazione del progetto e con due anni di ritardo sul previsto.
Parliamo di “Fico Eataly World” di cui “FICO” è acronimo, più o meno brillante, di “Fabbrica Italiana Contadina”.
Da metà novembre, a due passi da Bologna, dove prima c’era stato il mercato ortofrutticolo, giganteggia su ben 100 mila metri quadrati il parco alimentare più grande del mondo, la Cittadella del cibo, come è stata chiamata in concorrenza con altre denominazioni alternative più o meno equivalenti come “la Disneyland del cibo italiano”, “la Disneyworld bolognese”, “il Louvre del cibo”.


In un’area vastissima si snodano al coperto 150 imprese, di cui 40 inserite anche in minifabbriche nelle quali si mostra la cosiddetta filiera del prodotto e come si lavorano carni, pesci, latticini, formaggi, cioccolate, pasta, olio, vino, birra, dolciumi, cosmetici e altro ancora.
In due ettari sono presenti stalle e animali, circa 200 tra pecore, mucche, maialini e 45 tra ristoranti stellati e punti di ristoro di street food.
I punti vendita e le botteghe offrono il meglio della produzione alimentare italiana di tutte le regioni: i prosciutti, le mortadelle, il parmigiano reggiano, il grana padano, l’aceto balsamico, la cioccolata, il caffè, l’olio, i pelati e le conserve di pomodoro, le carni, il latte, i vini, i dolci, le birre artigianali.


Sono inoltre presenti marchi industriali non-food di prodotti per la casa ed in particolare per la cucina, anch’essi affermati sui mercati internazionali.
I dipendenti della FICO, secondo quanto viene comunicato, sono per ora 700 con un indotto di circa 3 mila e trecento persone.
Il fatturato previsto per il terzo anno si attesta tra gli 80 e i 90 milioni.
I visitatori attesi sono circa 6 milioni all’anno, cioè circa 17 mila al giorno, ma ne basterebbero la metà, a detta di Oscar Farinetti, presidente della FICO.

Ha tuttavia sorpreso non poco la sua timida risposta al Sole 24 ore che gli chiedeva se sarebbero riusciti a portare ogni giorno alla Fabbrica Contadina quasi 17 mila visitatori. “Ci proviamo, non lo so se ci riesco,” ha risposto con tono sommesso.
All’esterno c’era una modesta folla di contestatori che protestavano contro la Fabbrica definendola “una gigantesca giostra dello sfruttamento”.
Su un enorme striscione  si poteva leggere: “Lavorare gratis non è fico” con riferimento all’accordo sull’alternanza scuola-lavoro che presta studenti alla FICO e che prevede, non si capisce bene come e per quanti di essi, un’alternanza scuola-lavoro per oltre 300 mila ore coinvolgendo in vario modo 20 mila studenti sparsi su tutto il territorio nazionale.

Tra le magnifiche 150 imprese facenti parte stabilmente del progetto non è passata inosservata nemmeno l’assenza della Barilla.
In merito al megaparco alimentare di Bologna, non del tutto sopita, è riaffiorata un’antica polemica che riportiamo per dovere di cronaca.
A circa un chilometro e mezzo dalla FICO c’è dal 1973 un inceneritore che smaltisce rifiuti solidi catalogati anche come “sanitari contagiosi” come ammesso dalla stessa Hera SpA che lo gestisce.
Tale inceneritore si era detto che producesse cadmio in quantità elevate, superiori da 3 a 10 volte rispetto a quanto stabilito dalle norme in materia.
Secondo uno studio del 2012 a cura degli oncologi dell’Associazione Nazionale Medicina Democratica tali circostanze favorirebbero l’aumento del rischio di sviluppo di malattie tumorali, aborti, malformazioni e malattie varie ai neonati.
Tra un ritardo e l’altro certi allarmi sono rientrati.
Evidentemente alla FICO e altrove hanno approfondito il problema appurando l’inesistenza di ogni minaccia per la salute delle persone e delle bestie…

di PAOLO GATTO