Omarello gennaio 2018

DAVIDE SELIS

Nell’elencare i punti di forza di Puerto de la Cruz, i motivi di sostegno e di conforto, le interazioni felici tra questa cittadina e la mia soggettività… avevo annotato anche “la mia chiesetta”. Su questo tema, devo precisare che non è letteralmente una chiesetta, ma un grande e bel tempio, detto “Santa Maria de la Peiña de Francia”. Non molto però voglio aggiungere, perché il motivo religioso è destinato a dividere gli animi più che ad unirli, ed io amo tutti i miei lettori e l’armonia con loro. Dirò soltanto che la religiosità canaria in questa chiesa mi appare meravigliosa, tanto è sentita ed effusiva. Io non sono uno stinco di santo ma conosco bene la devozione: prendendomi dalla “sazia e disperata Bologna” (definizione data da un Vescovo che io stimavo assai poco, ma che in questo caso ci azzeccò), sto vivendo un salto di qualità abissale. Qui non si esce dalla Messa e dalle altre funzioni con un senso di malessere. E qui i preti non sono cattivi. Avevo dato il massimo rilievo, tra i nuovi pilastri della mia esistenza e le risorse di qualità della vita, alla Agenzia Immobiliare del Cav. Alessio Morucci.

Questo ufficio, nel quale mi reco non troppo spesso perché temo di disturbare gli operatori mentre lavorano (anche se loro mi fanno sempre una accoglienza trionfale e si lamentano di vedermi troppo poco), è divenuto per me una sorta di circolo culturale nel quale si scambiano esperienze; e pure una famiglia acquisita, una casa in cui si scambiano sentimenti veri e forti.

E’ festa grande quando incontro Mery, che sprizza vitalità da tutti i pori della pelle (come tutti gli stati d’animo, la vitalità e la voglia di vivere sono contagiose). La deliziosa “pupa-Coverano” ricorda a me che ho molti anni sul groppone, la entusiasmante Lisa Minelli del grande film “Cabaret”, perfino in certi tratti fisici, come la simpaticissima acconciatura a caschetto stile anni 30.

Beatrice è donna le cui doti affettive ho già decantato: io non avevo mai incontrato, prima di conoscere lei, una capacità di amare e di comunicare amore così immediata, coinvolgente e travolgente.

Ed il Cavalier Alessio Morucci. Mi apparve al primo impatto come una presenza schiva, un tipo introverso non amante delle cerimonie, una virilità di poche parole, “stile Humphrey Bogart”. Non presenziò al mio primo colloquio in agenzia, lasciando che mi “cucinassero” le belle dame di compagnia e rappresentanza di cui dispone (io potevo diventare un ottimo cliente, perché cercavo immediatamente una casa in affitto, ed in prospettiva a medio termine una da acquistare). In seguito fu presente, e le impressioni reciproche che intercorsero fra noi furono forti.

Impressioni forti… perché vedete, io sono un metafisico. Oggi lo sono pochissimi uomini, anche se di cultura. Per me la realtà non si esaurisce in quella che qui-ed-ora possiamo esperire con i sensi, oppure dedurre con l’intelletto dai dati sensibili, ma comprende una dimensione più profonda, che fonda quella sensibile, fonda noi stessi, e fonda i nostri valori. E con Morucci fu subito “shock”, per entrambi. Con stupore, al mio primo colpo di fioretto in direzione dell’Assoluto, percepii con evidenza che il Morucci mi capiva. E che rimaneva eccitato dal mio eloquio, me ne dava l’evidenza indiscutibile con il linguaggio del suo corpo in risposta ai miei stimoli impregnati di metafisica. Con il sorriso incredulo, con lo sguardo che si illuminava al momento giusto, con le orecchie che si drizzavano per non perdere alcuna sfumatura discorsiva, Alessio mi dimostrava di intendermi e di essere in piena sintonia. Poco alla volta, la confidenza fra noi aumentò, e venni a sapere che Alessio è un buddista, fervente e praticante. Siamo quindi due metafisici, e non solo per le fedi professate, ma per l’impegno che ci mettiamo, ognuno per la sua strada. Entrambi guardiamo il nocciolo del reale, la sostanza di fondo (substantia), e consideriamo questa contemplazione come l’esperienza più alta del vivere. Il fatto che io guardi il nocciolo della realtà con le lenti concettuali di un cristiano, e lui con lenti da buddista, nulla toglie al tratto che ci accomuna: puntiamo lo sguardo nella stessa direzione e scorgiamo la stessa “realtà”. Se poi io indosso occhiali blu e restringenti, e lui li porta rossi e deformanti, è bello il gioco di scambiarci gli strumenti ottici ogni tanto, e vedere il mondo come l’altro lo vede. Con il passare del tempo, aumentò l’intesa tra me ed il Morucci, ed il piacere reciproco di conversare assieme, anche se nei nostri incontri occasionali in agenzia potevamo farlo solo nei ritagli di tempo, fra un cliente e l’altro dei suoi, e “per spizzichi”. E’ dunque probabile che il nostro dialogare non sfoci mai in quella risata che Herman Hesse chiama “la gelida risata degli immortali”, la risata di coloro che hanno saputo intravedere e fronteggiare l’assoluto, macerandosi per una vita e superando crisi indicibili per raggiungere una simile vetta; la risata di coloro che compatiscono il relativo e le sue miserie senza rimanerne minimamente turbati (mi sto riferendo al contenuto concettuale dell’opera geniale intitolata “IL LUPO DELLA STEPPA”). Non potremmo in una agenzia immobiliare esplodere all’improvviso nella “gelida risata degli immortali”: i clienti scapperebbero via spaventati, e per sempre. Dobbiamo dunque accontentarci di un sorriso appena accennato, di uno sguardo di tacita intesa “che allude agli abissi ma non li spalanca” (come dice lo stesso Hesse, nella prefazione di “Narciso e Boccadoro”). Prego i miei lettori di non chiedermi che cosa siano questi abissi: se uno non ha dedicato la sua vita alla palestra, non si è sottoposto a durissimi sacrifici e non si è alimentato correttamente, non può sollevare e reggere determinati pesi. Ovvero, nel nostro caso: senza una vita trascorsa nella sofferenza e nella ascesi, non si vedono gli abissi in alcun modo: né con i propri occhi, né se qualcuno li descrive.


di Davide Selis