La Geria e le sue origini

Quando si parla di Lanzarote è facile sentir parlare di “paesaggi lunari” e “zone di crateri all’interno dei quali cresce l’uva”. E’ vero… non c’è nulla di falso in questa descrizione. In generale i paesaggi lunari sono da attribuirsi alla natura vulcanica dell’isola ed ai relativamente recenti fenomeni che ne hanno caratterizzato la morfologia (eruzione della zona del Timanfaya tra il 1730-1736 e quella, sempre nelle vicinanze, del 1824, del Volcan Nuevo).

Invece le “zone dei crateri”, che i turisti descrivono in modo spesso sorpreso ed ammirato, che non sono da confondersi con i crateri veri e propri originati durante le eruzioni, sono frutto del lavoro duro e manuale del “campesino” di Lanzarote, che ha scoperto, quasi casualmente e proprio in conseguenza delle eruzioni sopra menzionate, un metodo nuovo (per l’epoca…) ed unico per coltivare i prodotti della terra, ed in particolare dell’uva, oltre che di alcune piante da frutto, come il fico.

L’eruzione storica del 1730-36 ricoprì di lava, lapilli e ceneri una vastissima zona dell’isola, specialmente la parte centrale, quella più fertile, distruggendo 12 paesi, tra i quali Vega de Uga e Vega de Chupadero, dove ora sorge la zona definita “La Geria”.

Nei terreni di proprietà della Chiesa, furono scavate delle semplici buche per avere un’idea dello spessore e della consistenza della lava  depositatasi durante queste continue eruzioni. Con questa operazione si scoprì  che la lava frantumata dai colpi di piccone e triturata grossolanamente aveva delle proprietà fertilizzanti altissime, date dalla sua particolare composizione chimica,  ed una inaspettata capacità di assorbire e trattenere l’umidità dell’aria, raccolta durante la notte. Questo eliminava il problema dell’irrigazione, impossibile  in un’isola priva di sorgenti ed in piena fase eruttiva. Si pensò quindi di utilizzare le buche circolari scavate inizialmente, ponendo una pianta di uva sul fondo, a contatto con la terra, e di ricoprire l’interno della buca, a forma di imbuto, con la lava triturata in modo molto fine, facendola diventare dello stesso spessore della sabbia marina. La “sabbia nera”, trattenendo l’umidità notturna, faceva confluire sul fondo della buca l’acqua sufficiente alla vita della vite, arricchita dai suoi fertilizzanti naturali. Però l’uso di questa sabbia finissima comportò l’esigenza di proteggere il bordo con muretti di pietra lavica disposti sul lato ventoso della buca, al fine di evitare vortici al suo interno che ne portassero via la sabbia.

E così è ancora, dopo oltre due secoli dalla scoperta di questo metodo. Data la tortuosità delle zone di coltivazione, tutto avviene ancora manualmente: la sostituzione del “picon”(la roccia lavica triturata), la manutenzione  della pianta della vite  per arrivare alla raccolta dell’uva durante la vendemmia che, a seconda del tipo di uva e della sua esposizione, avviene tra la fine di luglio e l’inizio di agosto.

Inutile dire che il vino ottenuto in questo modo è un vino “di nicchia”, fantastico come sapore e di produzione molto limitata, vista la zona  circoscritta e la durezza del lavoro per ottenerlo. Le varie bodegas della zona sono la testimonianza della bontà del prodotto, che è possibile degustare alla “barra” di ognuna di queste.


Ed anche a chi non piace il vino… resta la fantastica esperienza della bellezza di un ambiente naturale reso “opera artistica” dal lavoro del contadino di Lanzarote.

Pier Paolo Zini