Aquarius: l’evoluzione del musical nel paese di Pulcinella

Aquarius era il titolo della più bella canzone del musical HAIR, musical del filone “peace and love” anni ’70.

In 50 anni è diventato il simbolo di un’umanità spaccata in due fra masochismo e cinismo.

Affondare o farsi affondare?

Affondare le barche piene di esseri umani o far affondare il nostro paese sotto uno tsunami di disperazione che non abbiamo i mezzi per guarire?

Culture e sensibilità differenti prese goccia a goccia ci arricchiscono, ma, scaraventate così come una bomba d’acqua distruggeranno in un turno unico se stesse e noi.

Chi sono queste persone?


Sono i tre africani che hanno buttato in terra nella via dei negozi Camilla, figlia di amici, e hanno fatto scudo in tre mentre uno cercava di violentarla in terra alle 5 del pomeriggio?

E’ piuttosto quella bimba di un’immagine straziante che ho raccolto da Facebook, che copre gli occhi alla bambola mentre guarda la sua casa in fiamme?

E’ possibile accogliere la bimba e mandare indietro gli animali? Come distinguerli?

Chiunque abbia una coscienza non può non avere il cuore pesante perché non sa rispondere a questa domanda.

Che ci piaccia o meno, i nostri figli vivranno nel mondo che la risposta a questa domanda produrrà.

La classe dirigente dei prossimi venti anni avrà il compito ed il potere di scegliere quella risposta e il PH del mondo in cui i nostri figli cercheranno di essere felici.

Non sarà più possibile dividere il mondo in settori ricchi e fortunati e altri che stanno lì a pagare pegno. Sta tornando indietro il boomerang ed è grosso e molto veloce.

Né possiamo né vogliamo diventare una cloaca in cui mano a mano che i migranti accumulano speranza e diritti,  noi li perdiamo.

Dobbiamo scremare una classe dirigente di altro livello, e distinguere senza guanti fra pietà e pietismo, miseria e finzione, guerra e traffico di schiavi per la prima volta paganti e non pagati.

Fatta la distinzione, c’è una parte di noi che dovrà arrendersi all’idea che la società futura è multirazziale e possiamo gestire il processo ma non arrestarlo totalmente.

Un’altra parte di noi, dovrà arrendersi al fatto che non si tratta di barche magiche.

Sedersi sopra e mettersi in viaggio, non trasforma chiunque in un essere umano meritevole di sostegno e soccorso.

La decisione che prenderemo in merito, non dirà chi sono loro, dirà chi siamo noi.

Claudia Maria Sini