Cos’è l’inflazione e perché quando sale fa male alle tue tasche

Cari amici, questo mese parleremo dell’inflazione (a pagina 14 del numero di giugno, abbiamo parlato del famigerato “spread”, che tanto sentiamo e sentiremo nominare nei prossimi mesi).

Prima di tutto diamo una definizione semplice dell’inflazione, che è l’aumento progressivo dei prezzi dei prodotti e dei servizi, il cui rovescio della medaglia sono l’aumento dei prezzi e la diminuzione del potere d’acquisto: cioè, se oggi con 100 € mettiamo nel nostro carrello della spesa una quantità “x” di beni, fra qualche anno con la stessa banconota da 100 € il nostro carrello sarà meno pieno, perché i prezzi dei prodotti saranno aumentati, e se vorremo comprare la stessa quantità di prodotti di oggi dovremo spendere non più 100 ma 105, o 110, o 120 €, a seconda dell’ampiezza dell’inflazione (che in latino significa appunto rigonfiamento o aumento).

Ma perché c’è l’inflazione, cioè perché i prezzi aumentano riducendo il nostro potere d’acquisto? Qui è necessaria una premessa sulla natura dei prezzi, che rappresentano l’equilibrio fra la quantità di moneta circolante in un sistema economico (in un paese qualsiasi, potrebbe essere l’Italia o la Spagna) e la quantità di beni e servizi in vendita in quel mercato.

Come sappiamo, i beni e i servizi in vendita nel mercato italiano sono migliaia e migliaia ed è enorme la quantità di moneta circolante (miliardi di €), ma per spiegare il concetto facilmente, supponiamo che nel sistema economico italiano i beni e servizi in vendita siano condensati in due soli prodotti, ad esempio due automobili, e che tutto il denaro circolante siano i 20.000 € necessari per comprare quelle 2 vetture, che costano 10.000 € ciascuna; c’è quindi un equilibrio tra i beni offerti nel mercato e la moneta in circolazione, per cui una macchina costa 10.000 € e due costano 20.000 €, che è il totale della moneta circolante. Supponiamo ora che una delle due automobili bruci in un incendio del negozio e quindi non sia più disponibile per la vendita; ci sarà dunque una sola vettura disponibile, ma ancora 20.000 € di denaro circolante. L’unica auto disponibile sarà più ambita di prima, perché non ce ne sono altre, e quindi la maggior richiesta da parte di quelli che la vogliono, e che hanno in tasca i 20.000 €, farà salire il suo prezzo a quello massimo che è possibile pagare con il denaro in circolazione, ossia a 20.000 €. Dunque c’è stata inflazione dei prezzi, perché restando invariata la quantità di moneta in circolazione, è diminuita l’offerta di beni acquistabili con quel denaro, i quali sono rincarati per ricreare l’equilibrio tra beni acquistabili e denaro circolante. La spiacevole conclusione però è che se prima con i tuoi 10.000 € potevi comprarti l’automobile, ora non puoi più permettertelo perché l’aumento del prezzo (l’inflazione) ha ridotto il potere d’acquisto del tuo denaro.

Ma facciamo anche un’altra ipotesi: lo Stato decide per qualche motivo di aumentare la quantità di moneta in circolazione e stampa altri 10.000 € di banconote, che sommandosi ai 20.000 € già esistenti portano il totale del denaro circolante nel sistema economico a 30.000 €. Le automobili acquistabili saranno però ancora 2, e per ricreare l’equilibrio tra domanda e offerta automaticamente il loro prezzo si adeguerà alla maggiore quantità di denaro in circolazione (non corrispondente a una maggior quantità di beni acquistabili), facendone salire il prezzo a 15.000 € l’una. Si sarà così raggiunto un nuovo equilibrio tra i beni e servizi acquistabili da una parte e la moneta circolante dall’altra (2 automobili disponibili = 30.000 € di moneta in circolazione). Ne conseguono due riflessioni: primo, il nostro denaro ha perso potere d’acquisto, perché se prima per comprare 2 automobili bastavano 20.000 € ora ne servono 30.000, quindi c’è stata inflazione dei prezzi; e secondo, per mantenere inalterato il potere d’acquisto quando la moneta circolante è aumentata a 30.000 €, cioè per mantenere inalterato il prezzo di vendita delle automobili, sarebbe stato necessario aumentarne la produzione (e l’offerta) portandola a 3, in modo che all’aumento del denaro circolante corrispondesse una maggiore offerta di beni acquistabili, e quindi ogni auto continuasse a costare 10.000 €; in questo modo, bilanciandosi domanda e offerta, non ci sarebbe stata inflazione dei prezzi. Invece, se per qualche motivo di quei 10.000 in più di nuova moneta circolante a te non è venuto in tasca niente, o te ne è venuto meno che ad altri (o perché il tuo datore di lavoro è taccagno, o perché la tua attività commerciale va male), se prima i tuoi 10.000 € ti bastavano per comprarti la macchina, ora non ti basteranno perché l’inflazione  ha eroso il valore del tuo denaro, cioè ha ridotto il tuo potere d’acquisto.

Prima di proseguire, chiariamo anche la differenza  tra reddito nominale e reddito reale: se tu oggi guadagni 1.000 € al mese, con cui compri la famosa quantità “x” di prodotti, ma dopo qualche anno i 1.000 € non ti bastano più per comprare quella stessa quantità, il tuo reddito nominale è rimasto invariato, ma il tuo reddito reale è diminuito; e se dopo qualche anno il tuo stipendio aumenta a 1.200 €, ma li spendi tutti per comprare gli stessi prodotti che prima compravi con 1.000 €, o addirittura di meno, il tuo reddito nominale è aumentato, ma il reddito reale è rimasto invariato o addirittura è diminuitoperché il denaro ha perso potere d’acquisto.


Ovviamente il sistema reale è enormemente più complesso, perché i beni e i servizi disponibili sono decine di migliaia e il denaro circolante sono miliardi di €. Che cosa dunque in un sistema complesso (e non semplificato come nell’esempio precedente, in cui abbiamo supposto che tutti i beni acquistabili nel mercato fossero solo due automobili e tutto il denaro circolante fossero solo 20.000 €) fa aumentare i prezzi, cioè riduce il nostro potere d’acquisto? I fattori determinanti dell’inflazione sono molto numerosi, possono cambiare ed alternarsi nel tempo e la presenza di uno o più di essi non esclude gli altri. Non potendo esaurire in queste poche righe un argomento su cui sono stati scritti lunghi studi addirittura da Premi Nobel dell’economia, forzatamente mi limiterò a citarne solo alcuni dei principali:

* Aumento dei prezzi delle materie prime importate dall’estero, ad esempio il petrolio usato poi nei trasporti automobilistici dei prodotti finiti (o dei prodotti agricoli) verso i supermercati, perché evidentemente le aziende recuperano questo maggior costo del carburante scaricandolo sui consumatori. Questa è l’inflazione importata, perché è causata da un aumento del prezzo di un prodotto nel mercato internazionale. Più la propria moneta è svalutata, più il prezzo ad esempio del petrolio importato (denominato in dollari) diventa costoso e crea inflazione… ma di questo argomento magari parleremo un’altra volta.

* Conflitti sindacali e conseguente aumento dei salari non compensato da un corrispondente aumento della produttività; anche in questo caso le aziende recuperano il maggior costo scaricandolo sui consumatori con il rincaro dei prodotti.

* Per lo stesso motivo, anche la pressione fiscale eccessiva può essere un fattore d’inflazione, perché anche in questo caso l’aumento delle imposte viene scaricato sui consumatori. L’esempio classico è l’aumento dell’IVA, ce ne sono stati diversi negli ultimi anni e potrebbero essercene altri se lo Stato avesse bisogno ancora di soldi (sembra che non gli bastino mai!). Un altro esempio può essere l’aumento dei pedaggi autostradali.

* In uno Stato con un forte passivo del bilancio e un’alta spesa pubblica improduttiva, come ad esempio l’Italia, il governo può essere tentato di barare, cioè di stampare e mettere in circolazione banconote causando inflazione (tutti ricordiamo che poco prima dell’avvento dell’euro aveva cominciato a circolare la banconota da 500.000 lire, che faceva strabuzzare gli occhi agli stranieri… e anche a me). Il motivo è semplice: causando inflazione, per il meccanismo già spiegato di aumento della massa monetaria non compensato da una maggiore disponibilità di beni, il debito pubblico rimane nominalmente invariato, ma il suo valore reale diminuisce, e lo Stato, debitore perché sprecone, riduce il valore reale del suo debito scaricando sui cittadini i danni dell’inflazione. Era il “lato oscuro” della “sovranità monetaria” quando c’era… e non è escluso che ad alcuni politici odierni piacerebbe potersene di nuovo servire per avere mano libera a spendere e spandere, e non sempre nell’interesse collettivo.

Come si misura l’inflazione? L’ISTAT o Istituto italiano di statistica (e in Spagna l’INE o Instituto Nacional de Estadística) pubblica periodicamente un “paniere”, cioè un elenco di beni, variabile nel tempo a seconda della loro diffusione nell’uso comune, di cui l’Istituto misura periodicamente l’andamento dei prezzi. L’aumento complessivo dei prezzi di questo paniere di beni è l’IPC, cioè l’indice ufficiale dei prezzi al consumo su cui si basano tutti i calcoli di varia natura in cui entra il dato dell’inflazione.

Infine, quali sono le conseguenze dell’inflazione sulle nostre tasche? Sono molte e negative, ma anche qui dovrò limitarmi alle principali. La prima è la distruzione del risparmio (e dei sacrifici fatti per accumularlo): come avrete capito leggendo quanto detto finora, se ad esempio voi aveste risparmiato 7.000 € sperando di arrivare entro qualche tempo ad avere i 10.000 € necessari per comprarvi l’automobile nuova, ma nel frattempo per l’aumento dell’inflazione il denaro perde valore e il prezzo dell’automobile sale a 13.000 €… i tuoi risparmi hanno perso potere d’acquisto e l’automobile nuova si allontana nel tempo, o magari diventa irraggiungibile. Lo stesso vale per i risparmi destinati all’acquisto di un appartamento o di qualsiasi altro bene. Un secondo effetto negativo è la frequente conflittualità salariale, con cui i lavoratori cercano di ottenere aumenti di stipendio per recuperare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione; ma gli aumenti salariali spesso creano a loro volta inflazione, innescando una pericolosa rincorsa reciproca tra inflazione e aumenti dei salari. Un’altra conseguenza dell’aumento dei prezzi è la perdita di competitività dei prodotti nazionali rispetto a quelli di altri paesi dove c’è meno inflazione e in cui quindi i prezzi aumentano più lentamente; per rimediare a questo diventa praticamente obbligatorio ricorrere a frequenti svalutazioni competitive, come faceva l’Italia negli anni 70-80 del secolo scorso… ma anche di questo parleremo un’altra volta!

Francesco D’Alessandro