La Gomera, un viaggio nel tempo

Piccola realtà, grande inferno per un popolo bambino

Le aspettative di coloro che decidono di visitare La Gomera e di soggiornarvi il tempo necessario per conoscerne ogni peculiarità, non tradiscono la sua fama di isola ancora selvaggia e con una natura quasi primitiva.

La Gomera è un viaggio nel tempo, con i suoi palmeti, la foresta di ginepri termofili che creano un ombrello naturale di verde e profumi silvestri, i suoi barrancos profondi, ancora non intaccati dal turismo di massa, distese di laurisilva che ricordano la Valle di Anaga: questa isola, come tutte le altre, mescola caratteristiche presenti in tutto l’Arcipelago, quasi a voler ricordarne l’appartenenza.

Il sud di El Hierro ha un po’ di Lanzarote e viceversa, Fuerteventura e Lanzarote a loro volta hanno un po’ del sud di Gran Canaria nei rilievi di Jandía e Famara, mentre le pianure del sud di Tenerife rimandano a quelle di Fuerteventura.

La popolazione di La Gomera è fatta di persone fortemente radicate al loro territorio e alle sue tradizioni, che hanno combattuto duramente per la sopravvivenza e che ancora oggi conservano, nell’intimo, la paura del colonialismo.

E dietro questo peculiare tessuto sociale, l’isola onora il vecchio detto pueblo chico, infierno grande, con una popolazione mantenuta volutamente al minimo della sopravvivenza per evitare qualsiasi protesta o insurrezione, una situazione che è ben espressa da un declino sociale ed economico senza eguali.


Il popolo bambino, in stato di occupazione precaria, è del resto più facile da gestire e controllare.

Solo così si spiegano le sovvenzioni milionarie ricevute dall’Europa e dal Gobierno centrale per erigere edifici vuoti, inutilizzati, e infrastrutture che, lontane dall’essere messe a disposizione di quel popolo, versano ormai in stato di degrado.

La stazione degli autobus di Alajeró, al di fuori dell’omonimo comune, è una stazione fantasma dove nessun autobus si ferma, mentre l’azienda produttrice di formaggio tipico insulare non ha mai prodotto alcun formaggio.

Esiste un assunto al riguardo, che dice che più piccola è l’isola, maggiore è il sentimento di paura nei confronti del colonialismo, antico retaggio che a La Gomera raggiunge livelli da record.

I contratti di lavoro a La Gomera non sono a tempo determinato, ma del resto è molto meglio avere dipendenti precari per ottenere ciò che si ottiene con il vecchio sistema del bastone e della carota.

A nessuno pare importare dello sviluppo economico e sociale dell’isola, ma di controllarne la popolazione, questo sì.

Come afferma qualcuno la torta dell’economia non può essere resa più grande senza alterare il modo in cui viene distribuita e più la torta è piccola, più grandi sono le porzioni per i pochi, questo forse è il segreto di un’isola dal popolo bambino.

Lo sviluppo a La Gomera è consentito solo se quei pochi possono intingervi il cucchiaio, e qui, come sulle altre isole, vige la speculazione per mano di stranieri e con l’accondiscendenza di chi è al potere.

A La Gomera sono i contribuenti a pagare l’ampliamento delle strade per consentire agli autobus della Fred Olsen di transitare, portando i turisti che arrivano con le imbarcazioni Olsen e che vengono portati a mangiare nel ristorante Olsen.

Fred Olsen, colono norvegese, è solo un esempio, basti pensare all’imprenditore tedesco Wolfgang Kiessling realizzatore del Loro Parque, che ha conosciuto molto bene il sistema canario e la forza lavoro del territorio, assoldata per la costruzione di uno dei luoghi più visitati dell’Arcipelago.

Ma tutto questi i turisti lo ignorano, così come ignorano una legge che ha protetto e favorito questo modus operandi e che ha avallato l’operato di politici come Casimiro Curbelo, Antonio Castro Cordobes e Antonio Barragan, una legge che è stata spacciata come necessaria per proteggere le isole minori, ma in realtà studiata dalla Capitania General di Santa Cruz alla stregua di un vero e proprio patto coloniale.

Di fatto la legge in questione protegge quegli investitori che allineano i loro interessi a quelli politici della Spagna, leggasi Casimiro a La Gomera e Cordobes a La Palma.

Secundino Delgado, politico di Santa Cruz de Tenerife morto nel 1912 e noto come il padre del nazionalismo canario ma considerato un anarchico indipendentista, disse che il colonialismo delle Canarie è stato ampiamente foraggiato, protetto e stimolato da Madrid, in modo tale che senza la capitale non potesse di fatto esistere.

Si potrebbe a ragion veduta affermare che il destino dell’Arcipelago è stato in pratica venduto al miglior offerente; un governo corrotto non è che il riflesso di una società moralmente corrotta e mentre Casimiro a La Gomera fa bella mostra di sé pagando sepolture e libri di testo per le scuole, il popolo bambino è bene o male contento.

In realtà i più contenti sono quelli che vivono a Tenerife e tornano a casa, a La Gomera, ogni quattro anni per votare o in occasioni di feste tradizionali. E poi se ne vanno.

di Ilaria Vitali