Aprire un’attività (che poi rende)

In Italia sta accadendo un fenomeno interessante. A fronte di tante aziende che chiudono cresce la voglia di mettersi in proprio, avviando la propria attività. Qualcuno ritiene che siano gli effetti della disoccupazione, della serie “se nessuno mi dà un lavoro me lo creo io”. Di per sé l’approccio sarebbe corretto, se non fosse che a fronte delle oltre mille start up che nascono ogni anno, di media 7 su 10 chiudono senza aver neppure recuperato il capitale investito. Un disastro.

Il che significa due cose:

– se non trovavano lavoro forse qualche motivo c’era.

– l’arte dell’improvvisazione è ancora una caratteristica tutta italiota.

Certo, qui da noi c’è la burocrazia, la pressione fiscale e bla bla bla, ma queste cose un novello imprenditore dovrebbe metterle in conto prima, non dopo. Non si parte a fare un’azienda solo perché si ha una buona idea ed un finanziamento europeo.

E soprattutto non ci si butta a fare qualcosa di grande se prima non si è dimostrato di saper fare quelle piccole.


Cerco di spiegarmi meglio.

A chi non trova lavoro consiglio sempre di fare quello che io stesso ho fatto all’inizio: lavori umili. Cameriere, animatore turistico, raccolta della frutta, guardiano notturno. Ho fatto di tutto, e ne sono fiero. In molti casi mi hanno anche sfruttato. Mi andava bene comunque. Perché il mio obiettivo non erano solo quei pochi soldi che mi davano, bensì imparare da ogni esperienza qualcosa e dimostrare che, se volevo, potevo fare quel lavoro meglio di altri. Nessuno mi ha mai licenziato, anzi, spesso mi proponevano condizioni economiche migliori per restare o per ricoprire ruoli di maggiore responsabilità. A quel punto decidevo io di andarmene per cercare qualcosa di meglio.

Gli atteggiamenti che invece vedo oggi sono due, entrambi sbagliati:

– Si rifiutano lavori umili (perché io “ho studiato”, perché io “merito di più” e stupidaggini di questo tipo).

– Si accettano, ma vengono svolti malamente, con un senso di sconfitta e di apatia che rende vana anche quella esperienza. E che ovviamente non porta mai ad una vera evoluzione.

Ecco, in entrambi i casi pensare di essere pronti per aprire un’attività in proprio si rivelerà un fallimento o (nel migliore dei casi) un’esperienza drammatica.

Perché non puoi gestire un ristorante se hai fallito come cameriere. Perché non puoi gestire altre persone se hai fatto fatica ad essere per primo tu disciplinato. Perché non puoi creare un business plan, se non sei stato neppure in grado di farti bastare la tua paghetta mensile.

Ovviamente affermare queste cose nelle aule affollate da aspiranti imprenditori è più pericoloso che starsene con un parafulmini in mano durante un temporale. Di solito a ribellarsi sono, nel seguente ordine, queste categorie di persone:

1. Sensitivi (io sento che posso farcela!),

2. Vendicativi (dimostrerò a chi mi ha rifiutato che si sbagliava!)

3. Supereroi (vincerò ogni avversità e sconfiggerò il male!)

e a seguire tutti coloro che poi, dopo qualche mese, chiederanno aiuto ad amici, parenti o consulenti perché (guarda un po’…) le cose non vanno proprio benissimo.

Non mi stancherò mai di dire che PRIMA di aprire un’attività imprenditoriale (dal negozietto che vende cibo biologico per gatti alla società hi-tech che ottiene un “milionardo” di euro a fondo perduto) ci sono dei passi da fare o dei fattori indispensabili da avere, senza i quali è difficile sperare di arrivare al successo.

(Fabrizio Cotza da www.fabriziocotza.it)

(NdR il prossimo mese analizzeremo le fasi e la metodologia per poter confidare nel successo della TUA attività imprenditoriale)