Morte dei capodogli provenienti dalle Canarie, la chiave è nell’arsenico di origine vulcanica

La drammatica morte di 30 capodogli nel Mare del Nord tra gennaio e febbraio del 2016 ha suscitato grande clamore nelle comunità scientifiche e tra le associazioni ambientaliste; in particolare i capodogli appartenevano a due gruppi di diversa origine, uno proveniente dalla parte settentrionale dell’Oceano Atlantico e uno dalle Isole Canarie.

Bruxelles commissionò uno studio al riguardo evidenziando come la morte dei cetacei potesse essere stata provocata dal traffico di navi nell’Arcipelago ma ad agosto dello stesso anno Greenpeace, dopo aver analizzato in loco le condizioni ambientali, sostenne che a causare il decesso dei capodogli fu l’inquinamento delle acque, tesi avvalorata dalle ricerche effettuate dall’Istituto di Büsum per la ricerca sulla fauna selvatica e terrestre (ITAW) che evidenziò come l’arsenico, presente nel mare delle Canarie e proveniente dalle aree vulcaniche, aveva di fatto avvelenato i cetacei.

Le analisi svolte mediante studio del DNA, esami dei tessuti, degli organi interni e del grasso dei capodogli morti, rivelarono infatti tracce evidenti di contaminazione.

Analogamente i capodogli provenienti da Helgoland, in Texel nei Paesi Bassi e dal Mare del Nord sono risultati nativi di aree pesantemente contaminate da sostanze organiche e il fatto di aver potuto rilevare le più alte concentrazioni di arsenico in questo tipo di animali, ha portato gli studiosi a individuare le regioni colpevoli della contaminazione, vale a dire Canarie, Azzorre e Capo Verde.

Ulteriori sostanze rilevate durante le autopsie dei grandi cetacei sono state lo zinco e il bario e poiché esse, disciolte in acqua, sono in concentrazione maggiore sotto i 1.000 metri di profondità, dimostra che i capodogli devono essersi trasferiti in aree di alimentazione più profonde nel Nord Atlantico, come a Schelfrand, in Norvegia.

I capodogli mostrano il comportamento sociale più radicato all’interno del gruppo dei grandi cetacei; le femmine adulte convivono con giovani esemplari di entrambi i sessi in gruppi molto stabili che i maschi, all’età di 10 anni, lasciano per spostarsi verso latitudini più elevate e con acque superficiali più fredde, costituendo a loro volta gruppi formati da soli maschi, ma le cui dinamiche sono ancora un mistero per i ricercatori.


I maschi abbandonano il gruppo tornando alle latitudini più basse solo per accoppiarsi, poi generalmente fanno ritorno alle acque più fredde.

Franco Leonardi