Monitorare le conversazioni sui social dei propri figli costituisce reato?

Sono molte le occasioni in cui si devono affrontare paradossi difficili da capire, come quello che riguarda il fatto che è assodato che i genitori debbano prendersi cura dei propri figli, conoscendo ad esempio con chi si relazionano e in che modo queste relazioni avvengono, soprattutto oggi con la presenza costante di social network come Facebook, Twitter, WhatsApp e Telegram per citarne alcuni, tutti strumenti con i quali diventa molto semplice entrare in contatto con innumerevoli persone, anche sconosciute.

Risulta quindi comprensibile la preoccupazione di molti genitori riguardo alla natura e ai destinatari delle conversazioni via social dei propri figli, tanto che esistono app in grado di monitorare le attività sui social in maniera piuttosto dettagliata.

Tuttavia questa logica di naturale preoccupazione e le azioni che ne derivano, stridono con la Legge della Protezione Giuridica del Minore, che stabilisce che i genitori debbano rispettare la privacy dei propri figli e che quindi non possano e non debbano controllare eventuali conversazioni avvenute sui social; questa legge si accompagna a quella della Protezione dei Dati del 1999 che consente a minori di anni 14 di possedere un proprio profilo sui social, di postare immagini e di condividerle con terzi.

Un minore di 14 anni di fatto può aprire, secondo la legge, un account su internet senza avere bisogno del consenso dei genitori.

Si è verificato un caso, in Spagna, dove una madre divorziata ha denunciato l’ex marito per aver monitorato le conversazioni via WhatsApp della figlia di appena 9 anni; fortunatamente in questo particolare evento trionfò il buon senso e la Audiencia Provincial de Pontevedra, nella sua ordinanza del 25 di ottobre del 2017, decise per la chiusura e l’archiviazione della causa contro l’uomo intentata dalla ex moglie.

In questo caso il Tribunale ricordò che, ai sensi dell’articolo 154 del Codice Civile, i genitori hanno l’obbligo di vigilare sui propri figli, educarli e procurare loro una formazione completa, con particolare riguardo all’uso dei social network, come WhatsApp, che richiede un’elevata attenzione per preservare il benessere dei minori.


Tuttavia la disposizione legale vigente, benché possa sembrare assurda, è che i genitori non hanno il diritto di controllare le conversazioni dei propri figli, rispettando così il diritto di questi alla privacy.

Pertanto un’azione che potrebbe risultare assolutamente normale e spontanea come quella di controllare i dispositivi dei propri figli, può essere punita legalmente dall’ordinamento giuridico spagnolo con pene detentive che vanno da 1 a 4 anni.

In realtà sono molti i genitori e i giuristi che pensano che debba essere consentito ai primi di monitorare l’utilizzo che i minori fanno dei social network ma, di contro, sono molti i pedagoghi che abbracciano quanto disposto dalla legge.

Si pone quindi obbligatoria una riflessione e che esprime il paradosso: come prendersi cura dei propri figli se non si ha il diritto di sapere cosa stanno facendo?

E come proteggerli se non si può sapere con chi sono?

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