Cos’è il tasso di cambio tra le valute e come funziona

Cari amici, dopo lo spread e l’inflazione, di cui abbiamo parlato nei numeri di giugno e luglio, questo mese esamineremo un altro argomento economico-finanziario interessante: i rapporti di cambio tra le valute circolanti nei vari paesi o aree monetarie.

Cosa sono, da cosa dipendono, chi li decide, che conseguenze hanno…?

Per cominciare, chiariamo il concetto di tasso di cambio tra valute, che è: il rapporto tra il valore di due monete circolanti in due paesi o due aree monetarie diverse.

Per fare un esempio prendiamo l’eurozona, dove circola l’euro, e gli Stati Uniti d’America, dove circola il dollaro: è una coppia di valute i cui scambi superano ogni giorno ben 5.000 miliardi di euro! Per la cronaca, l’eurozona comprende 19 Paesi (Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna), ma forse non tutti sanno che l’euro circola anche in sei Stati che hanno deciso di adottarlo senza nemmeno appartenere all’Unione europea: Andorra, Principato di Monaco, San Marino, Città del Vaticano, Montenegro e Kosovo, mentre il dollaro circola come valuta ufficiale tra l’altro anche in EcuadorEl Salvador e Panama. Poiché il dollaro e l’euro sono le due valute più usate al mondo, inizieremo da qui la nostra esposizione.

Al momento in cui scrivo il tasso di cambio tra EUR e USD è di circa 1,17 dollari per 1 euro e di circa 0,85 centesimi di euro per 1 dollaro; infatti i rapporti di cambio fra due valute sono sempre reciproci e si esprimono indicando la quantità della prima valuta che è necessario “spendere” per ottenere un’unità della seconda valuta, ossia nel nostro caso quanti dollari (o frazioni di dollaro) ci servono per comprare 1 euro, e viceversa quanti euro (o frazioni di euro) ci servono per comprare 1 dollaro. In base ai cambi correnti, quindi, un turista statunitense in Europa per avere un euro dovrà spendere circa 1 dollaro e 17 cents, mentre a un turista europeo che va in USA per avere un dollaro basteranno circa 85 centesimi di euro.

È interessante notare che quando l’euro fu lanciato nel 1999, il tasso di cambio tra le due valute era quasi lo stesso di oggi, ma dal 1999 al 2018 questo rapporto è variato notevolmente: infatti appena due anni dopo, nel 2001, i rapporti di forza si erano invertiti, cioè ci volevano quasi 1,20 euro per comprare un dollaro e viceversa bastavano 83 cents di dollaro per comprare 1 euro. In appena due anni quindi si erano succedute due situazioni molto diverse per un turista americano in Europa, perché se un’escursione da Roma a Firenze costava ad esempio 100 euro, nel 1999 per pagare questi 100 euro il turista americano avrebbe speso 117 dollari e nel 2001 invece solo 83 dollari, cioè, restando invariato il costo in euro, in dollari avrebbe speso quasi il 30% in meno rispetto al 1999; ed esattamente il contrario sarebbe stato per  turista europeo che da New York avesse voluto offrirsi un’escursione da 100 dollari a Boston: una pacchia nel 1999 (100 dollari = 83 euro) e una mazzata nel 2001 (sempre 100 dollari, diventati però nel frattempo 120 euro: il 45% in più!).


Ma sette anni dopo, cioè nel 2008, in piena crisi finanziaria con epicentro negli Stati Uniti, la situazione si era nuovamente rovesciata: infatti un europeo in visita in USA avrebbe ottenuto per 1 euro ben 1,60 dollari – un potere d’acquisto molto alto per comprare beni e servizi negli USA – mentre un turista americano in Europa da un suo dollaro avrebbe ricavato appena circa 63 centesimi di euro e per lui qualsiasi acquisto nel vecchio continente sarebbe costato carissimo. Ricordo che quello era il periodo d’oro delle agenzie di viaggio italiane che proponevano a prezzi stracciati dei fine settimana a New York, dove i turisti grazie al cambio favorevolissimo potevano anche comprarsi aggeggi elettronici a prezzi bassissimi.

Allora abbiamo già capito che fermo restando il potere d’acquisto di una data somma di denaro nella propria area monetaria (l’eurozona per un italiano o uno spagnolo, e gli Stati Uniti per un americano), questo potere d’acquisto può variare anche grandemente quando si lascia la propria area monetaria per recarsi in un’altra; non solo, ma questi rapporti di valore reciproci tra le valute non sono fissi, ma possono variare notevolmente e addirittura rovesciarsi nel tempo. A proposito, non è male ricordare la definizione di potere d’acquisto già citata nell’articoletto del mese scorso sull’inflazione, che è: la quantità di beni e servizi acquistabile in un dato momento con una data somma di denaro, ricordando che la quantità di beni e servizi acquistabili può diminuire nel tempo se il valore del tuo denaro è eroso dall’aumento dei prezzi, cioè dall’inflazione.

Ora sappiamo che i tassi di cambio tra le valute variano nel tempo, e con essi anche il potere d’acquisto del nostro denaro quando cambiamo area monetaria. Ma –  e qui arriviamo al punto – perché avvengono queste fluttuazioni? Le cause possono essere molteplici e possono combinarsi tra loro variando nel tempo; per cominciare a capire questi meccanismi possiamo guardare proprio a quello che sta accadendo in questo periodo tra euro e dollaro: infatti nell’attuale ciclo economico assistiamo ad una ripresa economica impetuosa negli USA e invece ad un andamento ancora fiacco dell’economia dell’eurozona. Queste diverse dinamiche economiche stanno influendo anche sul tasso di cambio, spingendo al rialzo il dollaro e deprimendo l’euro… ma per quali motivi?

Ricordiamo che in ogni area monetaria vige un tasso d’interesse ufficiale, fissato dalla sua Banca centrale, che serve da riferimento sia per gli interessi che le banche pagano a chi deposita denaro, sia per gli interessi che esse addebitano ai clienti che chiedono prestiti. Durante le crisi economiche le banche centrali riducono questo tasso di riferimento (cioè “abbassano il costo del denaro“ o “allentano la politica monetaria”) affinché le banche concedano mutui a buon mercato ai clienti privati e alle aziende e li incoraggino ad indebitarsi a basso costo per sviluppare i propri progetti; quando invece l’economia va bene e tutti vorrebbero indebitarsi per intraprendere qualcosa, o anche solo per comprare prodotti a rate, le banche centrali aumentano il tasso d’interesse (cioè “alzano il costo del denaro“ o attuano “strette monetarie”) per scoraggiare gli indebitamenti che potrebbero “surriscaldare l’economia” e accelerare pericolosamente l’inflazione (di questo fenomeno e dei suoi effetti deleteri abbiamo parlato a pagina 16 del numero di luglio). Tutti ci siamo accorti che per molti anni l’economia ha zoppicato sia in Europa che negli USA, e per stimolarla la Banca centrale europea (la BCE) aveva addirittura ridotto il tasso d’interesse di riferimento a zero e la Federal Reserve statunitense (comunemente detta la “Fed”) ad appena lo 0,25%.

Da quando Trump è diventato presidente però l’economia USA ha ripreso a correre: impennata del prodotto interno lordo, disoccupazione ai minimi storici e utili altissimi delle aziende (è merito di Trump? o è una coincidenza? alcuni lo attribuiscono alla sua politica economica e alla forte riduzione delle tasse… ma di questo magari parleremo un’altra volta!). In USA anche l’inflazione si sta avvicinando a quel “poco sotto il 2% annuo” considerato ottimale dalle banche centrali di tutti i Paesi. Di conseguenza la Fed ha già abbandonato la politica monetaria del basso tasso d’interesse e recentemente l’ha aumentato al 2%, ma da qui alla fine del 2019 gli analisti prevedono altri quattro rialzi che gradualmente lo porteranno almeno al 3%. Pertanto sono aumentati anche gli interessi pagati dalle obbligazioni emesse in USA, che così sono diventate più convenienti per gli investitori internazionali, i quali per poterle comprare acquistano dollari e vendono euro; infatti i rendimenti delle obbligazioni denominate in euro sono ancora molto bassi, perché l’economia nel vecchio continente non accelera come in USA e quindi BCE mantiene fermo a zero il tasso d’interesse ufficiale… e dunque la maggiore domanda di dollari degli investitori internazionali ne aumenta il valore rispetto all’euro.

Per limiti di spazio ricorderò fra i tanti solo altri due fattori che influiscono sul tasso di cambio di una valuta: il primo è la fiducia che un Paese, o un’area monetaria, ispira agli operatori internazionali: infatti da decenni la potenza economica, politica, militare e scientifica statunitense è la migliore garanzia a sostegno del valore del dollaro, nonostante l’astronomico deficit commerciale degli USA (a cui Trump in qualche modo cerca di porre un argine), anche se a lungo termine questi fattori favorevoli probabilmente si ridurranno.

Un altro fattore possono essere le svalutazioni competitive, cioè la decisione di uno Stato di ridurre volontariamente il valore della propria moneta rispetto alle altre per agevolare le proprie esportazioni. Fino all’avvento dell’euro l’Italia, incapace di aumentare in altri modi più sani la competitività internazionale dei propri prodotti, vi faceva ampio ricorso svalutando ripetutamente la lira, passata nel corso degli anni da circa 300 lire a quasi 1.000 per 1 marco tedesco e da circa 600 a quasi 2.000 per 1 dollaro. Infatti, se ad esempio un prodotto italiano, venduto in Italia a 50.000 lire, al cambio di 1 dollaro = 1.000 lire costava 50 dollari, svalutando la lira a 1 dollaro = 1.200 lire, fermo restando il prezzo in Italia a 50.000 lire, per un acquirente estero quel prodotto non costava più 50 dollari, ma solo poco più di 41 dollari (50.000 : 1.200 = 41,66 dollari), e quindi diventava più conveniente rispetto ai prodotti concorrenti di altri Paesi.

A prima vista sembrerebbe quindi che avere una valuta debole sia un vantaggio, perché facilita le esportazioni, ma… un Paese deve anche importare, e qui il meccanismo si inverte. Ad esempio una voce cruciale delle importazioni italiane è il petrolio, che nei mercati internazionali è quotato in dollari, perciò più la lira si svalutava rispetto al dollaro, più il prezzo del barile di greggio, pur restando invariato in dollari, rincarava in lire. Questo rincaro in lire del petrolio si ripercuoteva sul prezzo di vendita dei prodotti, alimentando l’inflazione (vedi articolo di luglio su quest’argomento) e quindi la lira si svalutava ulteriormente in una spirale perversa. Per un Paese che vive d’industria di trasformazione come l’Italia, perché povero di materie prime, la stabilità dei loro prezzi, petrolio compreso, è cruciale per evitare i rincari dei prodotti. Dunque puntare sulla svalutazione monetaria per rendere più competitivi internazionalmente i propri prodotti è una strada illusoria, che può rivelarsi una toppa peggiore dello strappo. Particolarmente in un mondo globalizzato come quello odierno (che può piacere o non piacere, ma che ci piaccia o no esiste e continuerà a esistere) la soluzione può essere solo una: aumentare la produttività e offrire ai mercati mondiali prodotti di alta qualità a prezzi competitivi; ma il fattore chiave deve rimanere la qualità, perché cercare di competere sui prezzi con la Cina o il Vietnam, dove il costo del lavoro è molto inferiore, evidentemente sarebbe un suicidio. Ad esempio la Germania ha seguito la strada della qualità (che certamente richiede sforzi maggiori di una semplice svalutazione della moneta!) e nonostante i prezzi relativamente alti dei suoi prodotti, le sue esportazioni sono sempre andate a gonfie vele.

Francesco D’Alessandro