Dopo il 2006, anno in cui più di 31.000 africani sono arrivati alle Canarie, a bordo di imbarcazioni sovraccariche, oggi l’Arcipelago teme una nuova ondata di immigrazione e di diventare così oggetto di interesse per le varie mafie che gestiscono il dramma umanitario.

Il recente arrivo di 40 migranti su una spiaggia di Cadice, tra gli sguardi attoniti dei bagnanti, ricorda molto un’immagine di Tenerife che, nel luglio del 2006, fece il giro del mondo, quella cioè del gommone con a bordo 88 africani arrivato sulla costa di La Tejita, Granadilla de Abona, affollata di turisti.

Ma a differenza di quello che è accaduto a Cadice, gli 88 migranti non ebbero nemmeno la forza di fuggire, crollando sulla sabbia dopo un infernale viaggio durato diversi giorni dopo essere partiti dalla Mauritania.

La reazione dei bagnanti di allora fu immediata e le persone stremate vennero soccorse con quello che c’era a disposizione sul momento.

Quella del luglio del 2006, venne chiamata la crisis de los cayucos, esprimendo già allora l’impotenza delle varie amministrazioni europee nel contenere un dramma enorme.

Il presidente dell’allora Gobierno Adán Martin definì la situazione insostenibile e decretò lo stato di emergenza, creando un gabinetto nazionale di crisi.


In un solo weekend 1.670 immigrati raggiunsero l’Arcipelago che, immediatamente, fece richiesta allo Stato di coinvolgere la Marina Militare per controllare le acque e di creare un fondo di emergenza con il supporto dell’Unione Europea in grado di fronteggiare eventuali valanghe migratorie.

Il Consiglio dei Ministri approvò il Piano Africa, che permise di rafforzare i legami con i paesi sub sahariani attraverso l’apertura di nuove ambasciate e l’intensificazione di negoziati per frenare il raggio di azione delle mafie.

Ai primi di agosto le autorità comunitarie finalmente attivarono la Frontex, Agenzia Europea di Frontiera, un sistema di controllo inizialmente operativo al largo della costa di Mauritania, Senegal e Capo Verde, anche se le limitate risorse disponibili non furono sufficienti a scoraggiare le mafie che iniziarono a impiegare imbarcazioni più grandi, una delle quali intercettata a 50 miglia dal porto di Los Cristianos, a sud di Tenerife.

Quando la nave di soccorso marittimo la intercettò, i membri dell’equipaggio rimasero sorpresi dal vedere una gigantesca canoa con a bordo 230 sub-sahariani che si erano imbarcati in Gambia.

La fine di quella estate aggiunse un nuovo tassello al complesso sistema di gestione degli arrivi: un piano di inserimento per i rimpatriati nei loro luoghi di origine, concordato tra il commissario per lo sviluppo e gli aiuti umanitari Louis Michel e il Gobierno spagnolo, piano per il quale Bruxelles stanziò 3,6 milioni di euro.

Nell’ottobre del 2006 lo studio effettuato dal CIS, Centro de Investigaciones Sociológicas, situò l’immigrazione clandestina nel top delle preoccupazioni degli spagnoli e le Canarie affrontarono un nuovo aspetto del fenomeno, il prendersi cura dei minori che, come le donne incinte, erano protetti dalla legge e non potevano quindi essere rimpatriati.

In quell’anno 756 bambini e adolescenti arrivarono nelle isole, anche se il numero aumentò negli anni successivi fino ad arrivare, nel settembre del 2009, a 1.404 soggetti protetti.

Dopo la visita del commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza Jacques Barrot, nel giugno del 2009, al complesso di emergenza e cura dei bambini stranieri ad Aguimes, a Gran Canaria, la saturazione dei centri dell’Arcipelago venne inclusa nell’ordine del giorno del Vertice di Stoccolma, da cui provenne l’impegno per un piano di azione.

Quindi l’SOS lanciato dalle Canarie finì per trovare eco nelle comunità autonome, fino a che diverse organizzazioni umanitarie si fecero carico di gruppi di adolescenti in distinti punti del paese, evitando così danni collaterali al sistema assistenziale.

Il vice presidente della Commissione Europea Franco Frattini ammise nel maggio del 2007 che le misure attuate con Frontex, che avevano lanciato il cosiddetto operativo Hera per fermare la partenza delle imbarcazioni dall’Africa, erano chiaramente insufficienti e chiese un maggior coinvolgimento degli Stati Europei.

Tra l’ottobre del 2005 e il marzo del 2006, va aggiunto, oltre 1.300 persone persero la vita nel corridoio oceanico che separa la Mauritania dalle Canarie e durante il mandato del primo ministro Zapatero vennero stanziati dal CNI fondi per pagare i proprietari delle imbarcazioni affinché non giungessero più immigrati sulle coste canarie; alcuni sostengono che si interruppe la stessa fornitura dei pezzi di ricambio delle imbarcazioni, in particolare i motori.

E le Canarie, a distanza di 10 anni, pare siano di nuovo oggetto di un’imminente ondata migratoria per effetto della riattivazione, da parte delle mafie legate al fenomeno, della rotta atlantica.

Il primo a lanciare questo allarme è stato il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska, dopo essere rientrato da un viaggio in Mauritania.

Michele Zanin