Cari amici, il mese scorso ha coinciso con il decennale del fallimento della banca statunitense Lehman Brothers, che scatenò la terribile crisi finanziaria ed economica di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Questo mese vorrei rievocare con voi quegli eventi drammatici.

Il germe letale della crisi furono i cosiddetti subprime loans, cioè i mutui immobiliari generosamente concessi ad acquirenti di immobili che in realtà non possedevano i requisiti di solidità finanziaria necessari per ottenerli.

Ma perché le banche furono così avventate?

Per spiegarlo dobbiamo considerare che in tutto il mondo il compito primario delle banche centrali è il controllo dell’inflazione, che esse svolgono attuando delle politiche monetarie restrittive (cioè aumentando il tasso d’interesse ufficiale) per rendere più difficile la concessione di prestiti quando l’economia galoppa, o politiche monetarie espansive (cioè diminuendo il tasso d’interesse ufficiale) per rendere più facile la concessione di finanziamenti) quando l’economia annaspa.

Se il tasso d’interesse ufficiale (cioè il costo del denaro) è basso, le banche commerciali sono portate a chiedere finanziamenti alla banca centrale e girano questo denaro a basso costo ai privati o alle aziende che chiedono prestiti per perseguire i loro progetti.

Il difficile compito dei governatori delle banche centrali (tra cui la Federal Reserve negli Stati Uniti e la BCE nell’eurozona) è proprio questo: stabilire nei diversi cicli economici il tasso d’interesse più opportuno per sostenere l’espansione economica, ma senza alimentare l’inflazione.


All’inizio del secolo vi furono due eventi che impressero una svolta agli eventi: lo scoppio della bolla speculativa delle quotazioni in borsa delle “dotcom” (cioè delle sopravvalutatissime società operanti in internet, allora agli albori) e soprattutto l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York, che incepparono completamente l’economia statunitense.

Per rianimarla la Federal Reserve ridusse drasticamente il tasso d’interesse, inondando il sistema di dollari. 

Per le banche commerciali divenne molto più facile finanziarsi presso la banca centrale e concedere condizioni di favore ai propri clienti, ma proprio per questo basso costo del denaro i loro margini di guadagno era risicati.

Data l’abbondante liquidità in circolazione, era forte per i loro dirigenti (che si erano dati stipendi altissimi!) la tentazione di avviare operazioni rischiose ma redditizie.

L’ultimo tassello del prologo del dramma fu la deregolamentazione del settore bancario voluta dal presidente Bush, che permise alle banche di avventurarsi in operazioni azzardate prima non permesse, che d’altronde esse erano ansiose di intraprendere per incrementare gli utili, avendo in cassa molta liquidità che rendeva poco o nulla, e che quindi esse per avidità di guadagno cominciarono a prestare anche a chi non poteva dare garanzie adeguate di restituzione.

La concessione di mutui senza garanzie adeguate (aumentati dall’8% totale nel 2004 a più del 20% nel 2006, ma con percentuali notevolmente più alte in alcune aree degli Stati Uniti, e oltre il 90% dei quali era a tasso variabile, quindi vulnerabili all’aumento del tasso d’interesse ufficiale, come poi sfortunatamente avvenne) aveva anche due altri effetti negativi: la speculazione immobiliare, che spingeva verso l’alto i prezzi delle abitazioni, e l’indebitamento smodato delle famiglie, passato dal 77% del reddito disponibile nel 1990 all’assurda cifra del 127% alla fine del 2007.

Lehman Brothers, come le altre banche d’affari, non concedeva direttamente i mutui immobiliari, ma acquistava quelli emessi da piccole società finanziarie e da banche minori, che così si liberavano dei crediti iscritti a bilancio e con i contanti incassati concedevano nuovi prestiti, alimentando ancora la girandola speculativa, mentre Lehman e le altre banche d’affari usavano quei mutui per confezionare complessi strumenti finanziari, tra cui le cosiddette “cartolarizzazioni”: cioè le banche d’affari acquirenti dei mutui li “impacchettavano” in obbligazioni che poi vendevano agli investitori, i quali volentieri le acquistavano perché pagavano interessi più alti dei titoli di Stato.

Finché durava l’euforia il boccone era troppo ghiotto per tutti, perché tutti ci guadagnavano: le banche perché concedevano più mutui, chi riceveva i mutui anche senza averne i requisiti di solvibilità perché poteva comprarsi la casa, gli investitori acquirenti delle obbligazioni perché incassavano interessi più alti… e su questo castello di carte costruito sulle sabbie mobili si imbastivano altre dissennate speculazioni con i cosiddetti Credit Default Swaps o CDS (tradotto letteralmente: scambio del rischio di credito), ossia degli strumenti finanziari derivati con cui una compagnia d’assicurazione si assumeva, in cambio del pagamento di un premio, il rischio dell’insolvenza del debitore.

Prima della crisi finanziaria del 2008 gli investimenti in Credit Default Swaps ammontavano a 45.000 miliardi di dollari rispetto ai 4.400 miliardi investiti in titoli di Stato!

La banca d’investimento Lehman Brothers arrivò ad avere 600 miliardi di dollari di debiti, 400 dei quali coperti da questi contratti d’assicurazione.

Quando Lehman fallì si trascinò dietro la sua compagnia d’assicurazione, l’American Insurance Group (AIG), che non avendo in cassa l’enorme somma per far fronte all’impegno dovette essere salvata a spese dei contribuenti dalla Federal Reserve, la banca nazionale statunitense.

Eccoci dunque arrivati al momento in cui inevitabilmente la bolla speculativa scoppia, il castello di carte crolla e uno dopo l’altro i nodi arrivano inesorabilmente al pettine: da giugno 2006 l’aumento progressivo del tasso d’interesse ufficiale si ripercuote sui mutui a tasso variabile, per cui molti debitori non riescono più a pagare le rate dei mutui; intanto la bolla immobiliare si sgonfia e il diminuito valore degli immobili non permette più ai proprietari di rifinanziare i mutui al nuovo tasso più alto, quindi le loro case vengono pignorate e passano a fare parte del patrimonio delle banche, ma… proprio per questo il loro valore diminuisce ancora di più, il crollo dei prezzi delle case invendute falcidia drammaticamente i bilanci delle banche alle quali ora appartengono, e d’altra parte gli investitori internazionali cominciano a sentire puzza di bruciato e non comprano più le obbligazioni cartolarizzate che contengono i mutui immobiliari.

A luglio 2007 la banca d’affari Bear Stearns annuncia la chiusura di due fondi speculativi specializzati in obbligazioni cartolarizzate e ad agosto la banca francese BNP Paribas comunica ai sottoscrittori di tre fondi d’investimento che non li avrebbe rimborsati, semplicemente perché non riusciva più a calcolare il valore delle obbligazioni cartolarizzate in cui aveva investito.

Bear Stearns, la prima banca d’affari a cadere nella tagliola che essa stessa si era fabbricata, è acquistata per due dollari ad azione da Morgan Stanley, con la garanzia del governo a benedire l’operazione per evitare un fallimento che avrebbe aggravato il clima di sfiducia. Ma ormai il panico dilaga, perché tutti sanno che lo stato patrimoniale di Lehman Brothers è pesantemente avvelenato da titoli tossici… e dopo il “salvataggio” di Bear Stearns a spese del contribuente, salvare anche Lehman è considerato politicamente improponibile.

Il governo dunque avvia frenetiche trattative con altre banche (tra cui l’inglese Barclays e la coreana KDB) perché soccorrano loro Lehman, ma nessuno se la sente di caricarsi i suoi debiti, la banca d’affari viene abbandonata al suo destino e il 15 settembre 2008 deposita i libri contabili in tribunale.

Solo in Europa sono licenziati 6.000 dipendenti e ricordo ancora le impressionanti immagini degli impiegati che abbandonano gli uffici di New York portandosi via in scatoloni di cartone i propri effetti personali.

Oggi, col senno di poi, la decisione di lasciar fallire Lehman Brothers trova molti critici.

Sicuramente fu moralmente giusta, ma non sempre ciò che è giusto sotto un singolo aspetto conviene all’interesse generale.

La fiducia dei mercati uscì distrutta da quel fallimento, tutte le banche si chiesero chi sarebbe stato il prossimo a fallire irrimediabilmente e di conseguenza nessuno si fidò più a prestare soldi a nessuno, determinando una terribile crisi di liquidità (il famigerato “credit crunch”) in tutto il mondo, a cui dovettero porre rimedio i governi con costosissimi interventi di sostegno all’economia a carico dei bilanci pubblici, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Di fatto, il mancato salvataggio di Lehman è rimasto un episodio isolato in tutto il mondo, perché negli anni successivi tutti i governi di tutti i paesi furono amaramente costretti ad ammettere che il tracollo di un’altra banca se ne sarebbe tirato dietro moltissimi altri, in una travolgente reazione a catena dalle conseguenze incalcolabili.

La crisi finanziaria innescata dal fallimento di Lehman ha costretto le banche centrali di tutto il mondo ad un decennio di tassi d’interesse bassissimi, nulli o addirittura sottozero, nonché ad altri interventi per rianimare un’economia mondiale in stato comatoso; e solo ora negli Stati Uniti i tassi d’interesse stanno tornando a salire e gli altri Paesi dovranno adeguarsi, con conseguenze non sempre piacevoli per le economie europee tutt’altro che in buona salute, fra cui quella italiana purtroppo si distingue negativamente.

Ma di questo rialzo dei tassi d’interesse e delle sue ripercussioni (avete già un mutuo a tasso variabile…? o avete in mente di chiederne uno…?) mi propongo di parlarvi il mese prossimo, a cui vi do appuntamento.

Francesco D’Alessandro