Grazie al professore di filologia spagnola presso l’Università di Las Palmas di Gran Canaria (ULPGC), Maximiano Trapero, è stato possibile risalire alla possibile origine di ciascun nome delle isole dell’Arcipelago Canario, origine che mescola la bellezza della natura alle leggende del passato.

Partendo da Gran Canaria, si scopre ad esempio che il primo nome di quest’isola fu Canaria, come si evince dal racconto di Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale del viaggio e dell’esplorazione.

L’isola più vicina, descrive, si chiama Canaria per la quantità di cani di enormi dimensioni presenti nei suoi vasti territori; l’aggettivo Gran venne aggiunto successivamente dai conquistatori franco normanni nel 1402 quando, nel tentativo di invaderne le terre, vennero respinti dai nativi che le abitavano.

In un primo tempo si pensò che Gran potesse derivare dalla credenza che l’isola fosse la più estesa dell’Arcipelago, ma in realtà studi approfonditi hanno rivelato che l’aggettivo si riferisce alla ostinata e coraggiosa resistenza da parte dei nativi a tutti i tentativi di conquista intentati, espressione di una peculiare ed efficace organizzazione sociale.

Gran Canaria è quindi l’isola superiore per forza e coraggio, per nobiltà e ricchezza naturale e pertanto degna di estendere poi il suo nome all’intero Arcipelago.

Circa le origini del nome di La Gomera esistono invece più dubbi in merito; alcuni ritengono provenga dal biblico Gomer, nipote niente meno che di Noè.


Il poeta Antonio de Viana, autore per altro di un’epica canzone sulla conquista di Tenerife del 1604, parla di Gomer, figlio dei mitici Crano e Crana, re d’Italia, mentre lo scrittore portoghese Gaspar Frutuoso scrive di un re Gomauro o Gomeiro e del fatto che l’isola venne chiamata La Gomera per la grande quantità di gomma prodotta dalle piante che vi si trovavano all’interno.

La filologia comparata con il berbero a opera dell’austriaco Wölfel, cita alcuni nomi berberi che possono rimandare all’origine del nome dell’isola, come aragomero, aregoma, gomeiroga, agmer e igemran, dal significato di prateria o isolotto.

Altri autori hanno collegato il nome di La Gomera con quello della omonima roccia sulla costa settentrionale del Marocco, di fronte alle coste spagnole, e altri invece con quello della tribù nordafricana di Ghomara.

Vycichl scrisse invece che il nome di La Gomera ricorda molto quello della tribù berbera di Gumara, che vive in una piccola area del Marocco spagnolo.

Per Trapero il nome di La Graciosa è invece conosciuto fin da prima delle conquiste delle Canarie, come rivelano le mappe e i cartulanos dei viaggiatori che già la frequentavano nel IV secolo.

La Graciosa appariva come un’isola graziosa alla vista, sia per forma che per posizione e venne così chiamata da Jean de Bethencourt, colui che per primo ne ha conquistato la terra.

Una caratteristica peculiare di La Graciosa e del resto degli isolotti a nord di Lanzarote, era l’assenza di nomi guanches, a testimonianza che questi furono territori dove gli aborigeni non misero piede.

El Hierro, essendo situata nell’estremo sud-ovest dell’Arcipelago, fu di fatto l’ultima terra che le navi di Colombo videro durante la loro epica impresa.
Proprio per questa sua caratteristica, El Hierro, la terra più occidentale d’Europa, venne utilizzata per indicare sulle mappe e sulle carte nautiche il Meridiano Zero, fino a quando questa misura non venne assegnata a Greenwich.

El Hierro era nota nei secoli passati per la presenza di un albero prodigioso in grado di rifornire tutta la popolazione di acqua, il garoé, considerato dai naturalisti dell’epoca il più famoso albero al mondo dopo l’albero del bene e del male del Paradiso.

Il nome di El Hierro appare per la prima volta sulle mappe alla metà del XIV secolo, utilizzate da marinai spagnoli, italiani e portoghesi che qui commerciavano gli schiavi con il resto dell’Europa, principalmente Siviglia e Valencia.

In realtà sulle mappe appare solo il nome di Fero, probabilmente una errata trascrizione del termine Ferro; la prima volta appare con l’etimo latino Ferrum nel 1402, seguito poi da varianti in francese Fer, Fair e Ferre.

Sul nome di Lanzarote invece, prima isola a essere conquistata nel 1402, vi sono pochi dubbi sul fatto che possa derivare da quello di Lanzerotto Malocello, il navigatore genovese che aveva raggiunto l’isola tra il 1320 e il 1340 per puri scopi commerciali.

Si ritiene che egli rimase sull’isola per circa 20 anni per essere poi drammaticamente ucciso dai nativi.

Nel 1939 Lanzarote apparve sul Planisferio di Angelino Dulcert come insula di Lanzarotus Marocolus, ma per i nativi essa era Tyterogaka o Tytheroygaka, nomi poi scomparsi insieme alla popolazione che li aveva coniati.

L’isola di Tenerife ha alle sue spalle ben quattro nomi diversi, il primo dei quali è Ninguaria, con qui Plinio il Vecchio vi si riferisce come a una delle Islas Afortunadas; il nome deriva dalla caratteristica dell’isola di avere neve e nubi perenni.

Il secondo nome è stato Nivaria, espressione latina che deriva da neve e che si riallaccia alla descrizione di Plinio il Vecchio, rimasta fino a quando la Diocesi episcopale non decise di chiamarla Diocesis Nivariense.

Il terzo nome fu Isla del Infierno, che apparve su cartografie e mappe del XIV secolo, e infine il nome che prevalse su tutti, di origine guanche, fu Tenerife.

Il caso di Tenerife è parallelo a quello di Lanzarote e di Fuerteventura, nominate in modi differenti nei primi testi europei, nei primi tre casi con un nome aborigeno e nell’ultimo con nome di derivazione romana. Nel caso di Tenerife però, a differenza di tutti gli altri, fu il nome di origine aborigena a vincere sugli altri.

Riguardo all’epiteto Isla del Infierno, pare che questo trovasse origine dalle frequenti eruzioni vulcaniche e dai numerosi incendi causati dai lapilli che fuoriuscivano dal Teide.

Fuerteventura fu il nome imposto dai navigatori catalani e maiorchini che visitarono le isole nel corso del XIV secolo e derivante dall’espressione grande fortuna, come affermò quasi due secoli dopo Abreu Galindo.

Inizialmente Forte Ventura come appariva nel Planisferio di Dulcert, divenne poi Fuerteventura nel corso del XIV secolo.

La cosa più interessante e più problematica riguarda il toponimo aborigeno di questa isola che produsse due varianti Erbania e Albania; gli esperti ritengono che in particolare Erbania derivi dalla parete di pietra eretta dagli aborigeni nell’istmo che divideva in due l’isola, al nord Maxorata e al sud Jandìa.

Questa parete venne ritrovata dai francesi nel 1402 ma oggi è scomparsa benché il luogo dove sorgeva si chiami ancora La Pared.

Secondo la lingua berbera, erbania è il nome di una parete o di una rovina di antica costruzione, mentre bani, secondo la lingua marocchina, designa la grande cordigliera rettilinea che si levava a piombo nella parte inferiore della valle del Dra.

Ma secondo Vycichl Erbania significava ricca di capre.

Il nome La Palma è quello, secondo Trapero, che i viaggiatori e i naviganti castigliani, portoghesi, e italiani diedero all’isola a partire dalla seconda metà del XIV secolo, riferendosi a un’isola ricca di terre coltivabili nonostante i suoi abitanti si nutrissero esclusivamente di carne, e ricoperta da una vegetazione lussureggiante.

Curiosamente non fu la specie autoctona di Phoenix canariensis, la palma, a determinare il nome dell’isola, per altro la meno ricca di questa particolare pianta, bensì concorsero diverse leggende, la prima delle quali quella secondo la quale gli spagnoli del tempo del re Abis, in fuga da una siccità terribile, approdando a La Palma trovarono talmente tanto beneficio che ritornarono in patria vittoriosi.

La seconda pare la più plausibile e si riferisce al nome dato dai navigatori di Maiorca del XIV secolo come riconoscimento alla capitale dell’isola da cui provenivano.

La terza ipotesi, secondo lo storico Christopher Perez del Cristo, riguarda un banale errore di trascrizione; La Palma doveva chiamarsi infatti Palmaria, derivante a sua volta da Planaria come la chiamò Plinio il Vecchio.
Franco Leonardi