La Suprema Corte afferma, con sentenza 257/2013 del 29/4/2013, che l’affidamento congiunto deve avere la priorità rispetto all’affidamento esclusivo (di uso comune nei Tribunali), questo ad esclusivo interesse del minore. Definisce l’affidamento congiunto come “la soluzione migliore” per il bambino, e per concederlo stabilisce criteri e norme di comportamento precisi che i due genitori devono tenere, primo fra tutti il rispetto reciproco nei rapporti. La disposizione dell’affidamento condiviso può essere imposta da un giudice anche senza una relazione favorevole da parte del Pubblico Ministero, ma, in ogni caso, la decisione deve essere basata solo sull’interesse del bambino in questione, e non dei genitori. Si tratta di una sentenza storica e indica la strada per altri giudici, che dovranno decidere per le questioni relative alla custodia, inoltre riconferma la sentenza della Corte Costituzionale, che già dal 2002 aveva adottato (come consiglio) il regime di custodia condivisa. In questa sentenza si fa riferimento anche ai presupposti per dare, al fine di attuare il sistema di tutela con i criteri condivisi, per i genitori entrambi affidatari, regole che permettano al bambino di svolgere una vita dignitosa. Se i genitori adempiono ai loro doveri nei confronti del figlio, e se soprattutto vi è rispetto reciproco nei rapporti, il minore potrà condurre una vita psicologicamente più serena. La Suprema Corte rileva inoltre che la tutela e la custodia condivisa non deve essere un “avvenimento eccezionale”, ma deve essere predisposta come regola generale, a condizione che non diventi dannosa per il bambino. Il mantenimento dell’autorità in comune tra i genitori è senza dubbio la soluzione migliore per il minore, permettendogli di continuare a socializzare con entrambi. Quindi l’affidamento congiunto è la situazione giuridica in cui, in caso di separazione coniugale o di divorzio, entrambi i genitori esercitano la custodia legale e la patria potestà dei figli minori, con pari diritti e pari doveri verso gli stessi.

Questa sentenza contrasta con la figura di affidamento esclusivo, fino ad ora la più comune nei paesi latini. In caso di divorzio, qualunque ne sia la causa, di solito viene dato l’affidamento ad uno dei due genitori, e l’altro ha il diritto alle visite e il dovere di mantenimento. In alcuni casi, questa risoluzione di affidamento esclusivo crea una situazione soddisfacente per le tre parti coinvolte: i bambini, la madre e il padre. Ma ci sono molti altri casi in cui l’esclusività non riesce a far mediare i genitori, creando problemi come la mancanza del pagamento degli alimenti, la difficoltà di visita per il genitore non affidatario e, in casi gravi ma per fortuna rari, la sindrome di alienazione parentale nel bambino. L’affidamento esclusivo dà pieni poteri al genitore “prescelto”, che in alcuni casi usa questa risorsa per manipolare il suo o la sua ex, creando danni emotivi permanenti nel fanciullo. La ragione principale dell’affidamento congiunto è che in tal modo entrambi i genitori possono intervenire e partecipare nello sviluppo fisico e psicologico dei loro figli, essendo entrambi costantemente in contatto con loro.