“Ogni anno venticinque piloti partecipano al mondiale, due muoiono. Che genere d’uomo sceglie questo mestiere?” dice la voce fuori campo di Lauda all’inizio di “Rush” di Ron Howard, forse il più interessante film del genere dal “Grand Prix” del 1966 di Frankenheimer, che oltre al buon successo vinse tre Oscar tecnici.

Dalla Formula Uno al mare, sempre affascinato dalla morte, l’attore, regista e produttore statunitense Ron Howard (1954), già vincitore di un Oscar come regista per “A beautiful mind”, è stato dopo la metà di maggio alle Canarie in cerca di scenari per girare il suo prossimo film “In the heart of the sea”, un un progetto di cui si parla come la sua versione di Moby Dick.

La scelta del sito si è appuntata sulle isole di La Gomera e Lanzarote, come testimoniato da diverse foto apparse sul suo profilo Twitter, subito dopo un’altra serie di foto realizzate nella località di Nantucket,  legata alla storia narrata dal famoso libro di Herman Melville, adattato nel 1956 da John Huston nella pellicola con protagonista Gregory Peck, girata parzialmente a Las Palmas di Gran Canaria.

Però, “In the heart of the sea” non sarà propriamente un remake di Moby Dick, ma il racconto di un evento simile realmente accaduto e che ha sconvolto il mondo nel 1819.

“In the heart of the sea” racconterà la terribile esperienza della baleniera Essex, un evento mitico nel XIX secolo come lo fu l’affondamento del Titanic nel ventesimo. In questi ultimi mesi Howard è andato rivelando i dettagli del progetto, che pretende di essere un’opera monumentale del filone storico americano, che renderà indimenticabile la tragedia dell’Essex.

Nel 1819, l’Essex salpa da Nantucket per la caccia alle balene, ma al centro del Sud Pacifico la nave viene speronata e affondata da un capodoglio arrabbiato, e in pochi attimi la Essex cola a picco, portando con sé coloro che non riuscirono a guadagnare le lance. Rimasero così in venti. I naufraghi approdarono in un atollo, l’isola di Henderson, ricco di frutta e di acqua, che venne completamente saccheggiato. Decisero allora di ripartire, lasciando tre marinai sul piccolo atollo ad attendere i soccorsi. Gli uomini cominciarono a morire di sete e fame sulle lance alla deriva nel Pacifico, oceano letale nonostante il nome, e, senza viveri, si spinsero persino al cannibalismo dei compagni morti, ma presto anche questa risorsa si sarebbe esaurita. Della terraferma non si vedeva traccia dopo 78 giorni dal naufragio. A questo punto si convinsero che era rimasta loro un’unica risorsa: estrarre a sorte un compagno, ucciderlo, e mangiarne il corpo. Così fecero anche se con grandi rimorsi da parte di tutti, ma finalmente a 650 km dalle coste del Cile una nave avvistò i due sopravvissuti (il capitano ed Owen Chase).


Gli uomini sopravvissuti avrebbero sofferto per tutta la vita il rimorso per il cannibalismo e il tragico sorteggio.