Alle origini del pleito insular, la storica diatriba tra Tenerife e Gran Canaria

Nell’Arcipelago delle Canarie viene chiamato pleito insular lo scontro, politicamente scorretto, tra Gran Canaria e Tenerife per il controllo delle risorse economiche e la loro logica distribuzione, ma quello che pochi conoscono è la vera radice di questa diatriba, puramente sanitaria.

A metà del 1800 il Puerto di Las Palmas possedeva il maggior traffico di merci di tutti gli altri porti ma l’ufficio del direttore della Sanidad Marítima si trovava a Tenerife.

Solo nel 1823, grazie alla pressione di alcuni settori influenti, si decise di chiudere per un intero anno il porto di Gran Canaria a seguito di un episodio di peste, che durò a onor del vero solo due mesi, ma che decretò la morte di 6.000 abitanti.

La chiusura del porto determinò di fatto la fine delle speranze di Gran Canaria di poter diventare la Singapore dell’Atlantico, e se nel 1915 il porto di Las Palmas venne superato solo da quello di New York in traffico merci, oggi non figura nemmeno tra i primi 100 del mondo e lotta per proteggere il business delle riparazioni navali delle aziende petrolifere dopo la scomparsa di quello della pesca del Sahara.

Sull’episodio dell’epidemia esiste un libro del 2002 della storica María José Betancor Gómez, edito dal Consiglio Superiore delle Ricerche Scientifiche, dal titolo Epidemias y pleito insular. La fiebre amarilla en Las Palmas de Gran Canaria en el período isabelino, che precisa che l’evento produsse una recrudescenza della rivalità tra Tenerife e Gran Canaria per il controllo economico e politico dell’arcipelago.

Il 16 marzo del 1923, secondo gli atti dell’Ayuntamiento di Las Palmas, venne giudicata scorretta la politica condotta dal Direttore della Sanità Marittima che proibì ogni attracco al porto, causandone così il collasso e conseguentemente gravi e insanabili danni alla città e all’isola.


Le epidemie di colera e febbre gialla che colpirono le Canarie, in particolare modo Gran Canaria, arrivarono nel 1851 su una nave proveniente da Cuba e la conseguente chiusura del porto per un anno intero, con l’impossibilità di far arrivare cibo e medicinali, segnò inequivocabilmente il destino dell’isola, dove l’emergenza sanitaria durò di fatto solo due mesi.

La mancanza di solidarietà da parte di Tenerife in un momento di grave crisi e la prolungata chiusura del porto vennero così viste come una diabolica strategia per poter acquisire il controllo totale economico e politico dell’arcipelago.

E fu proprio questo terribile atteggiamento di Tenerife che spinse il vescovo Codina della Diocesi delle Canarie e i deputati Jacinto de León e Cristóbal del Castillo, a chiedere al Gobierno centrale che le isole Canarie fossero separate in due distretti amministrativi, ovvero in due province.

L’accoglimento della richiesta venne ufficializzato dal reale decreto del 18 marzo del 1852, mentre il deputato José Bravo Murillo ottenne che il porto di La Luz, Las Palmas, venisse dichiarato di interesse generale, con l’obiettivo di far rivivere l’economia.

Con queste decisioni e con una straordinaria forza di volontà da parte dei suoi abitanti, lasciati isolati per un anno intero e decimati dall’epidemia, Gran Canaria riguadagnò terreno con l’ingresso della coltivazione della cocciniglia, iniziando così finalmente un’autentica età dell’oro.

Verso la metà del diciannovesimo secolo l’economia dell’isola salì alle stelle con risultati straordinari; la popolazione si arricchì talmente che le vecchie case di pietra e fango vennero sostituite rapidamente da edifici in pietra e mattonelle importate dall’Italia.

Una vera e propria rinascita che, seppure passata attraverso un’epidemia e un pleito insular, dimostrò la tenacia e il caratteri degli abitanti di Gran Canaria.

Franco Leonardi