Quando le tasse erano basse

Sfogliando il libro di Bruno Vespa sulla storia del costume italiano, mi sono imbattuto in un capitolo intitolato “Quando le tasse erano basse”.

Si legge:

“Fra il 1951 e il 1961 l’inflazione tornò a scendere: 2,9 per cento di media.

Il debito dello Stato era al 30% del PIL, contro il 135 di oggi.

La riforma fiscale di Ezio Vanoni arginò parzialmente un’evasione spaventosa con aliquote modestissime: grazie alla soglia d’esenzione di 240.000 lire, un operaio non pagava nulla, un impiegato il 2 per cento.

Per arrivare all’8 bisognava guadagnare 10 milioni all’anno, che valevano molto di più degli equivalenti 150.000 euro di oggi.


Chi denunciava 100 milioni pagava il 23 per cento.

L’aliquota del 50% colpiva i redditi da mezzo miliardo di lire, ma nemmeno i grandi industriali si avvicinavano a questa soglia.

Vista sui numeri, nonostante il grave vulnus dell’evasione, un’Italia da sogno.

Al punto che nel 1959 il governatore della Banca d’Italia, Donato Menichella, riceveva l’Oscar della Lira e il 25 maggio di quell’anno un giornalista del quotidiano britannico Daily Mail coniava la magica definizione di “miracolo economico italiano” (C’eravamo tanto amati, p. 146-147).

Tra il 1951 e il 1963 il prodotto interno lordo (PIL) aumentò in media del 5,9% annuo (con un picco dell’8,3% nel 1961).

Nel medesimo periodo il reddito nazionale lordo italiano passò da 14.900 miliardi di lire a 31.261.

La crescita media della produttività fu dell’84%, accompagnata da un incremento dei salari del 49 per cento.

A dispetto degli idioti che oggi chiedono più inflazione, in questo periodo l’inflazione fu in discesa, e nel 1959 ci fu addirittura una crescita negativa dei prezzi.

Il miracolo economico italiano si esaurì in concomitanza con l’accelerazione dei prezzi, durante gli anni Settanta.

Le cause principali del miracolo economico furono dunque le tasse basse, la possibilità di evadere il fisco e una moneta relativamente stabile: tutto l’opposto di quello che chiedono all’unanimità i partiti e i commentatori di oggi, secondo cui non è eccessiva l’attuale tassazione al 70% del settore privato, la priorità va data alla lotta all’evasione fiscale, e la soluzione ad ogni problema è la stampa di maggior denaro, attraverso il QE di Draghi o il recupero della mitica “sovranità monetaria”.

Il miracolo economico fu una conseguenza inintenzionale del fatto che, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, lo Stato italiano ripartiva quasi da zero.

Gli apparati di controllo fiscale, le burocrazie, i titolari di interessi acquisiti non avevano ancora avuto il tempo di organizzarsi e di svilupparsi.

Nessuno si aspettava il miracolo economico, nessuno lo previde, nessuno lo pianificò.

Avvenne solo grazie alla debolezza dello Stato fiscalista, burocratico e inflazionista.

Riportare l’Italia in quella situazione però è impossibile perché la tendenza dello Stato è sempre quella di espandersi, mai di ridursi.
Il ciclo di vita delle istituzioni politiche è sempre lo stesso: dal laissez-faire al totalitarismo, e infine al crollo catastrofico.

Poi si ricomincia da capo.

Guglielmo Piombini