I muri di Facebook

In un’epoca in cui la parola “muro” ha perso del tutto l’accezione di difesa, protezione, linea di demarcazione fra due identità, è strano dover constatare che le barriere fra le persone si alzino all’improvviso e perentoriamente proprio nel mondo immateriale dei social, che, in teoria, dovrebbe essere più aperto e meno limitato.

Inutile nascondercelo: certe bacheche, anche quelle più predisposte al pluralismo (ed io ho l’ambizione che la mia lo sia, ad esempio) fanno chiaramente capire il pensiero del titolare del profilo.

In un click possiamo delineare un ritratto piuttosto fedele della persona con cui siamo in contatto: lo possiamo capire dai suoi gusti, dai suoi commenti, dalle sue amicizie.

E, anche se sappiamo che il nostro amico virtuale ha una visione molto diversa dalla nostra, possiamo accettarlo, ma solo fino a quando non esprime un parere su un argomento che per noi è vitale: non importa che si tratti di temi dei massimi sistemi, basta che uno dica che preferisce Maradona a Pelé, ed ecco che lo scontro è quasi certo e totale, se uno pensa che Pelé sia il calcio per antonomasia.


Non parliamo neanche del caso immigrazione selvaggia: se uno osa far presente, anche con garbo, che il problema va risolto in altro modo, l’epiteto meno grave che ti può arrivare è “disumano”.
A quel punto sei bollato, etichettato, condannato.

Non puoi argomentare.


Non puoi esprimerti più.

Si alza un muro insormontabile.

Ma come, verrebbe di dire, non eri tu quello che urlava contro i muri e predicava di edificare ponti?

Perché per me non dovrebbe valere lo stesso principio?

Ma come, non eri tu quello che parlava di fratellanza universale e di uguaglianza?

Non sono forse anch’io tuo fratello o sono meno uguale degli altri?

Questo, ovviamente vale anche a parti invertite, perché la maleducazione e la violenza sono trasversali.

La novità è che Facebook ti può far trovare amici meravigliosi che poi diventano reali, da virtuali che erano, ma – non è il mio caso, per fortuna – può anche procurarti nemici implacabili che ti odiano per il solo fatto di avere un’opinione diversa.

In questo modo Facebook erige tanti piccoli grandi muri fra le persone, senza possibilità di aprire una breccia, perché il blocco di un profilo a cui talvolta si ricorre, toglie anche la finestra o anche un piccolo oblò che potrebbe consentire di continuare a vedersi.

Ed è qui che ricordo con nostalgia le vecchie e care discussioni in piazza, dove Don Camillo e Peppone se ne dicevano di tutti i colori guardandosi negli occhi, ma poi, si abbracciavano per salutarsi e tutto finiva lì.

Perché il litigio era virtuale, l’amicizia vera.

Perché se guardi negli occhi qualcuno, capisci che è umano.

Come te.
Stefano Burbi