I segreti della grotta nascosta di Las Damas

Appesa alle pareti rocciose di Taca, a due chilometri da Tindaya, a Fuerteventura, la grotta di Las Damas guarda il mare come da un oblò.

Lo storico Pedro Carreño sostiene che questa cavità vulcanica, poco conosciuta, nasce nelle viscere della magica montagna degli antichi abitanti.

La grotta di Las Damas a Fuerteventura è come una visione in mezzo al nulla.

E’ difficile vederla e molto più difficile entrarci.

Solo se si conosce l’esatta posizione può essere intravista dal mare.


Poi, come un balcone, una grande fenditura appesa alle pareti rocciose di Taca, appare l’ingresso di questa cavità vulcanica che nasce nelle viscere di Tindaya.

Lo storico Pedro Carreño conosce come pochi tra i locali le singolarità della sua terra, le grotte degli aborigeni, i loro luoghi sacri e anche le storie che danno entità e senso agli spazi.

Carreño è stato il primo a scoprire i podomorfi, quelle sagome di piedi degli antichi abitanti di Fuerteventura collocati in cima alla Tindaya, l’altare da cui pregavano gli dei, imploravano per la pioggia, facevano sacrifici per guarire i malati e anche per comunicare con gli inferi.

Le cronache di Abreu Galindo, scritte alla fine del XVI secolo, parlano del modo in cui la popolazione preispanica di quest’isola svolgeva alcune delle cerimonie religiose.

Secondo la descrizione adoravano un Dio alzando le mani verso il cielo e gli dedicavano dei sacrifici in montagna, versando del latte di capra con dei bicchieri che chiamavano gánigos, fatti di creta.

Il desiderio di individuare nuovi spazi emblematici ha portato Pedro Carreño a trovare il luogo di quella grotta sconosciuta in cui viveva una famiglia e che il poeta Pancho Moseguez racconta in uno dei suoi scritti.

La grotta di Las Damas appare piena di attrattive, con un’origine su cui ci sono pochi dati ma che nasce dall’interno della Tindaya.

E poi basta fermarsi alla sua struttura, un labirinto punteggiato di colori vivaci, nero, marrone, smeraldo, e così via fino a finire vicino alla costa.

Una rete suggestiva arricchita dalla leggenda secondo la quale alcune persone hanno vissuto nascoste in questa grotta.

Pedro Carreño racconta che per entrare si è dovuto avvalere della collaborazione di diverse persone che lo hanno tenuto legato da un picco vicino.

Quando poi con grande fatica è riuscito ad entrare e si è lasciato travolgere dalla sua bellezza e soprattutto dalla splendida vista che offre questo balcone sul mare.

Riporta Carreño che dall’altezza in cui si trova, guardando il mare del nord, si ha la sensazione di essere nella gola dell’inferno.

Dalla sua posizione privilegiata, appeso alle pareti rocciose quasi inaccessibili, vedendo e sentendo la forza delle onde così vicine, si arriva a credere che la potenza del mare finirà per distruggere questo luogo.

E alla fine te ne vai con sentimenti contraddittori, come se avessi visto qualcosa di oscuro e spettacolare.

I tramonti in Tindaya meritano una visita prolungata.

Il sole non sembra volersi nascondere, non si nasconde, ma cammina e si sposta da un luogo all’altro.

La Tindaya è molto più di una montagna.

Questo territorio è per gli abitanti di Fuerteventura il santuario speciale come il Teide per Tenerife o il Roque Nublo per Gran Canaria.

Da lontano, la vista si perde attraverso questa ampia zona, da un lato il monte Muda, dall’altro lato il monte Quemada, e al centro di questo magico triangolo: Tindaya.

Quasi come una congiunzione di pianeti, in una galassia sconosciuta, da questo punto di vista si percepisce la grandezza del paesaggio majorero.

Intorno ad essa crescono verità e leggende, con spazi conosciuti come la grotta di Las Brujas, le rocce di Taca e ora la grotta di Las Damas.

Pedro Carreño in una delle sue opere sull’isola raccoglie la storia popolare che questa cavità vulcanica nasconde, i cui riferimenti compaiono in canti e poesie.

Una delle leggende popolari con una grande dose di verosimiglianza e che conferiscono ulteriore interesse a questa caverna racconta la storia di un giovane della città di Tindaya, Ginés Cabrera, e della sua innamorata, una ragazza di Vallebrón, della quale il tempo e i menestrelli non hanno voluto rivelare il nome.

Quasi come una riedizione di Romeo e Giulietta, in questo caso, è il padre della ragazza che si oppone al matrimonio tra questi due giovani, ritenendo che sua figlia meriti un pretendente più ricco.

Come sottolinea Carreño, l’idea del padre era quella di sposarla con un uomo più grande di lei, ma con diversi possedimenti che assicuravano una certa prosperità economica alla coppia.

Di fronte all’insistenza della ragazza, l’uomo gridò e giurò che non avrebbe mai permesso a sua figlia di sposare quel giovane, a meno che non avesse avuto una fortuna, e lo diceva sapendo che sia Ginés che la sua famiglia non avrebbero mai potuto averla.

La storia di Pedro Carreño racconta che Cabrera, alla ricerca della maniera più rapida per diventare ricco, decise di imbarcarsi per l’America.

Poco dopo essere giunto in quelle terre lontane ricevette una lettera dalla giovane donna di Vallebrón in cui gli diceva che suo padre aveva già preparato il matrimonio con il signore più grande e con possedimenti.

Ginés decise di tornare immediatamente sull’isola.

E come nella sceneggiatura di un film d’ amore contrastato che si ripete nella cultura popolare, Ginés Cabrera arrivò a Fuerteventura lo stesso giorno in cui era previsto che la sua amata avrebbe sposato il fidanzato scelto dal padre della ragazza.

Carreño scrive che mentre si svolgevano le danze, il giovane arrivò a cavallo e si presentò nella casa dove si svolgeva la festa, si avvicinò alla finestra della stanza e non appena la giovane donna si accostò alla finestra, Ginés la prese e con uno scatto, la portò via.

Si lanciò al galoppo lungo un percorso che solo loro conoscevano e che li liberò dal dolore di sopportare l’infamia del padre della ragazza.

Il loro destino allora sconosciuto era la grotta di Las Damas.

Con il passare del tempo gli abitanti vennero a sapere che si erano rifugiati in una grotta poco conosciuta con accesso al mare.

In passato, come ora, la grotta de Las Damas era lontana dalla vista e le guardie che cercavano Ginés non riuscirono mai a trovarlo. E non solo vissero in quella cavità, ma misero al mondo sette figli.

Si dice poi che quando Ginés e sua moglie vollero far battezzare i figli, andarono a cercare il parroco di Betancuria.

Il sacerdote disse che non poteva perché lo stavano aspettando in una casa nella valle di Santa Inés in cui era morta una signora, allora, proprio come dice la canzone di Moseguez, Ginés lo minacciò di morte.

(“Io sono Ginés Cabrera, e non esito un secondo, se non fate quello che dico, vi porto via da questo mondo.

Sette figli che ha avuto, sette gare che ha vinto, credo che questa generazione venga da lì”).

Tindaya sorprende per il suo ambiente, la ricchezza visiva, il patrimonio storico ma anche per essere lo scenario di numerose storie di streghe, incantesimi, preghiere e anche nascondiglio per gli amanti.

Infatti, nel centro del Llano c’è una grotta naturale conosciuta come El Bailadero de las Brujas (Il ballo delle streghe), dove uomini e donne della zona si recavano in certe notti dell’anno per fare giochi erotici.

La cultura della trasmissione orale ha conservato numerose storie che hanno come protagoniste donne con poteri magici capaci di trasformarsi in asini o cani e, quando vengono scoperte, volare via tramutate in piccioni, come racconta Ana María Guerra de Villaverde.

Ma non tutto è frutto dell’immaginazione, gli archeologi non escludono la presenza di una casta sacerdotale dedicata all’osservazione del cielo all’interno della quale spiccano, secondo la tradizione, due donne considerate sciamani del gruppo, Tibiabín e sua figlia Tamonante.

La leggenda narra che i re di Fuerteventura, Guise e Ayose, andarono da loro per ricevere consigli e agire di conseguenza.

Ed ora una nuova sorprendente scoperta, con la storia dei due amanti che vissero per anni nascosti nella grotta di Las Damas.

Secondo Pedro Carreño, una grotta colossale che impressiona per la sua altezza, la sua enormità, come se qualcuno avesse scoperto le gole del mondo sotterraneo, e, salendo in superficie da quell’inaspettato oblò, si può vedere il delizioso tramonto della costa della Tindaya.

Claudia Di Tomassi