Quando la Castiglia dovette rimediare e liberare gli schiavi de La Gomera

Erano stati venduti come schiavi dopo la sanguinosa repressione seguita ad una ribellione nel 1488, ma nessun battezzato poteva essere uno schiavo, così hanno dovuto cercarli e rilasciarli.

Più di 200 abitanti de La Gomera, furono venduti come schiavi dopo la sanguinosa repressione che soffocò la ribellione avvenuta sull’isola nel 1488.

I Re Cattolici furono costretti ad ordinare indagini sulla loro origine e a liberarli, poiché per la legislazione, colui che era stato battezzato non poteva essere schiavo.

La disaffezione degli abitanti verso i signori castigliani fu all’origine di un numero indeterminato di conflitti tra le due parti la cui documentazione è attualmente scarsa, secondo quanto indica il ricercatore Antonio M. López, promotore del Progetto Tarha per la divulgazione la storia antica delle Isole Canarie.

Il conflitto principale avvenne nel novembre del 1488, quando un uomo vestito da donna fu assassinato nei pressi di una grotta: Fernán Peraza el Joven, signore castigliano dell’isola e figlio prediletto di Doña Inés Peraza.


Il suo carnefice era Pedro Hautacuperche, un pastore gomero che pascolava il suo gregge davanti al Roque Agando.

La morte del signore castigliano ricevette come risposta una delle più sanguinose rappresaglie compiute nell’Arcipelago.

Il risentimento verso Fernán Peraza el Joven aveva origini lontane.

Nel 1477 sbarcarono gli equipaggi di alcune spedizioni provenienti da Palos e Moguer che si dedicarono impunemente a catturare più di un centinaio di abitanti de La Gomera, sia uomini che donne, per venderli nei mercati degli schiavi mentre il resto della popolazione subì la deportazione in altre isole.

L’azione venne denunciata da don Juan de Frias, vescovo di Rubicon, il quale sosteneva che i detenuti erano fedeli cristiani che osservavano loro obblighi e, in quanto tali, non potevano essere legittimamente condannati alla schiavitù.

Il caso, se non fosse stato affrontato in tempo, avrebbe posto un grave problema sociale.

La legislazione castigliana stabiliva che solo coloro che cadevano in potere di uomini di un’altra fede potevano essere ridotti in schiavitù.

Per non creare un precedente con conseguenze indubbiamente dannose, i Re Cattolici ordinarono ai loro giuristi di indagare sul caso e questi, d’accordo con il prelato, condannarono i sei capi delle carovane a pagare le spese del processo.

Ordinarono poi la ricerca e l’immediato rilascio dei prigionieri, molti dei quali ritornarono nell’Arcipelago a bordo delle navi inviate a conquistare Gran Canaria nel 1478.

Dopo aver messo fine alla vita del signore castigliano de La Gomera, gli insorti tentarono di prendere la torre di San Sebastián – oggi conosciuta come Torre del Conde, la fortezza medievale più meridionale d’Europa e rifugio della vedova, Beatriz de Bobadilla, e dei suoi due giovani figli, Guillén Peraza de Ayala -futuro primo conte di La Gomera- e Inés de Herrera.

Beatriz de Bobadilla convocò Pedro de Vera, governatore di Gran Canaria, per venire in suo aiuto, anche se i Re Cattolici avevano emesso due lettere contemporaneamente indirizzate al capitano di Jerez.

Pedro de Vera sbarcò a La Gomera in testa a 400 uomini e ordinò l’immediata esecuzione di tutti gli abitanti maschi maggiori di quindici anni, mentre altri furono deportati in altre isole e, nel caso di Lanzarote, si ritiene che fossero prigionieri dell’ira di Doña Inés Peraza, che ordinò di gettarli in mare.

Insoddisfatti del massacro, Pedro de Vera e Beatriz de Bobadilla vendettero tutte le donne e i bambini al di sotto dei quindici anni appartenenti alle parti accusate dell’assassinio.

I Re Cattolici approvarono inizialmente la drastica misura, come dimostra una lettera che re Ferdinando inviò al governatore di Ibiza autorizzando la vendita di 91 prigionieri.

Ma qualcuno – forse il successore del vescovo, frate Miguel López de la Serna – denunciò questo traffico illegale di esseri umani e i Re Cattolici dovettero ordinare ai vescovi di Malaga e di Canaria di indagare sulla sorte dei prigionieri e di liberarli immediatamente.

Per far fronte alle prevedibili rivendicazioni economiche dei proprietari degli schiavi da liberare, Pedro de Vera e Beatriz de Bobadilla ricevettero l’ordine di depositare una cauzione di 500.000 maravedís ciascuno, con garanzie aggiuntive nei loro effetti personali.

Il governatore obbedì, non senza protestare, ma Bobadilla rifiutò di erogare l’importo senza prima difendersi davanti al Consiglio di Castiglia.

Lo fece, sostenendo a suo favore che la vendita degli abitanti era stata legittima, poiché non si erano comportati da veri cristiani e, dopo aver rotto i patti con Fernán Peraza, avevano cospirato per uccidere il signore e i suoi figli.

Il rilascio dei prigionieri, che probabilmente rimase incompiuto, venne effettuato attraverso una lunga e difficile indagine di polizia per localizzare le vittime, rivendicare gli schiavi dai proprietari e restituire loro l’investimento economico.

Lopez spiega che le ricerche, anche se effettuate soprattutto tra il 1490 e il 1492, si protrassero almeno fino al 1502, portando all’apertura di un numero significativo di fascicoli, che mostrano l’importanza politica che la corona di Castiglia aveva attribuito al caso.

Michele Zanin