Oggetti provenienti dall’“altro mondo” nelle Isole Canarie

Una delle sfaccettature meno note dei misteri e degli enigmi che abbondano nelle Isole Canarie è quella dell’esistenza di certi oggetti che, apparentemente, hanno un’origine soprannaturale, provengono dall’aldilà o ci sono arrivati da dimensioni diverse dalla nostra.

Il problema di molti potenziali misteri, degli incontri con l’inspiegabile è l’assenza di quella che, di solito, viene chiamata “evidenza fisica” o “evidenza oggettiva” e che è alla base delle testimonianze che descrivono situazioni insolite e strane.

Molti si chiedono, ad esempio, come mai nell’era della portabilità visiva e tecnologica non abbiamo migliaia di foto degli UFO, anzi non abbiamo che una manciata di fotografie di punti lontani e imprecisi del cielo.

Si potrebbe pensare, alla luce di ciò, che gli UFO non esistano…

San Borodon

Ebbene, nonostante tutto questo, nelle Isole Canarie ci sono una manciata di presunte prove fisiche, testimonianze o tracce di misteri, e di oggetti inspiegabili, che in alcuni casi sono ancora conservati, Legno e foto di San Borodon

Immagine dal sito lasislasdelmundo.blogspot.com

Senza dubbio, l’enigmatica ed evanescente Isola di San Borondon costituisce uno dei più grandi e amati misteri delle Isole Canarie.


L’isola è stata osservata per secoli, abbozzata nei resoconti e rappresentata in dettaglio nella cartografia.

E’ stata anche fotografata, non solo da Manuel Rodríguez Quintero nel settembre 1957 dalla Valle dell’Aridane, ma in tempi più recenti attraverso le foto scattate da alcuni abitanti di La Palma, come riportato da Poggio Capote e Reguiera Benítez nel libro “La Isla Perdida”.

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La casistica storica comprende alcuni casi di approdo sulle coste e l’osservazione di attività umana, come si evince dal calco del portoghese Pedro Vello, che dichiarò di aver visto tracce di grandi impronte, una croce di legno e la disposizione triangolare di tre pietre.

E’ radicata nel passato anche la certezza che dopo grandi tempeste, giungevano sulle coste delle altre isole resti di vegetazione e anche frutti, che tutti ritenevano, senza alcun dubbio, fossero venuti da San Borondon.

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È proprio in questo contesto che apparve probabilmente l’unico oggetto conosciuto che si ritiene provenga dall’isola di San Borondon, ed è conservato a Puerto de la Cruz.

Il riferimento ad esso è dovuto alla preziosa indagine etnografica effettuata all’inizio del XX secolo dal medico Juan Bethencourt Alfonso.

Nello studio riporta la credenza raccolta tra i pescatori del sud di Tenerife che il legno del baldacchino della chiesa di Nuestra Señora de la Peña de Francia, a Puerto, proviene da San Borondon.

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Oggi questo baldacchino è ricoperto d’argento, ma si suppone che sotto il metallo si conservi il legno originale.

La storia è breve e non si sa se questo legno sia stato trasportato dal mare o, al contrario, sia stato raccolto a San Borondon per costruire la struttura.

In entrambi i casi, all’epoca, la singolare origine del legno venne legata all’uso cerimoniale. Viene da San Borondon?

Non lo sappiamo, ma è bello pensare che sia così…

Un telefono per l’aldilà

Nel 2007 il giornalista Fernando Hernandez Gonzalez, instancabile ricercatore del passato Guanche e delle tradizioni, si è imbattuto in un oggetto insolito, qualcosa come un telefono per il contatto con l’aldilà.

Era a Buenavista a documentare per la televisione la biografia di Agustín Alegría el Majorero, l’ultimo rappresentante di un’arte magica e curativa, quello di animero.

Questa storia è raccontata in dettaglio da Hernández nel libro Canarias Oculta (Isole Canarie Nascoste). In sostanza, gli animeros curavano malattie che si credeva fossero causate da spiriti che si avvicinavano ai vivi, assorbendone la vitalità.

L’animero, attraverso varie preghiere e rimedi, ma soprattutto grazie al suo dono di vedere e mediare con l’aldilà, riusciva a liberare l’anima.

Ciò che è interessante di questa storia particolare è che Hernandez ha rintracciato le nipoti di Agustin Alegria, che hanno fornito ogni sorta di dettagli interessanti sul mestiere di guaritore del nonno e hanno mostrato un oggetto unico di Agustin conservato con un misto di rispetto e desiderio.

Un piccolo pezzo concavo di ottone e piombo, che mostra alcuni segni all’esterno.

Il vecchio animero si metteva questo oggetto sulla testa quando interagiva con gli spiriti, apparentemente perché questo facilitava la comunicazione e lo proteggeva dagli spiriti pericolosi che erano vicini.

La cosa più singolare di tutte è che questo pezzo metallico era stato fatto da un amico stagnaro di Agustín per questo scopo, seguendo le istruzioni che gli spiriti stessi avevano dato all’animero.

Una storia quantomeno curiosa di un vero pezzo da museo.

Il patto con il diavolo

Il 9 maggio 1776, un documento scritto da Suor Chiara Juana de San Bernardo Matos, religiosa del ormai inesistente convento di Santa Clara nella città di Las Palmas, giunse nelle mani del tribunale della Santa Inquisizione, provocando stupore e confusione.

Era la confessione dettagliata e indecorosa della suddetta suora, in cui lei stessa dichiarava di aver firmato a soli 13 anni, un patto con Lucifero, un contratto che, secondo la sua stessa confessione, era in vigore da 29 anni.

In cambio aveva dato la sua anima e il suo corpo al principe delle tenebre che l’aveva portata fuori dal convento.

Il patto avrebbe dato luogo, in connivenza con il lussurioso demone Asmodeus, ad un’interminabile e variegata serie di incontri sessuali con i demoni, religiosi, laici e persino animali.

Gli eccessi erano tali che il Tribunale la giudicò insana di mente.

Il documento originale del patto, cioè il contratto scritto a mano da Suor Juana, e che come lei stessa ha confessato, con il suo stesso sangue, è conservato negli archivi del Museo delle Canarie.

Questo tipo di reperti non sono molti, per non dire che sono praticamente inesistenti in Spagna.

L’intero processo, compreso il contratto scritto a mano del quale dobbiamo la conoscenza allo storico Luis Regueira, è stato analizzato dal laboratorio di biologia della polizia scientifica, a Madrid.

Si voleva determinare se ci fossero tracce di DNA o resti che avrebbero permesso di dimostrare che il testo era stato scritto con sangue umano, ma sono state trovate solo evidenze di pigmento vegetale.

Un’immagine divina

Nel quartiere teldense di Caserones Altos, a Gran Canaria, ai margini di calle Minerva, è ancora possibile localizzare una pietra in cui per molti mesi, nel 1989, si pensava che si fosse manifestato il divino.

Con un po’ di fantasia è possibile vedere in quella roccia, oggi incustodita, il volto di Cristo, che un giorno fu notato per caso da un residente.

La singolare immagine fu protagonista di un intenso pellegrinaggio durante quell’estate, con lunghe code di veicoli e gente che passava il pomeriggio a contemplare la curiosa forma vicino alla quale era stato posto un piccolo altare.

Con il tempo, forse a causa della scarsa visibilità del presunto prodigio e in assenza di altre manifestazioni divine, la pietra mutata in volto dalla volontà celeste finì per essere dimenticata…ma continua ad essere lì.

Le croci dell’aldilà

In passato il caso dell’Alma de Tacande, a La Palma, venne definito come il primo ” X file ” spagnolo, cioè il primo caso di presunti fenomeni paranormali indagati da un’istituzione, in questo caso la Chiesa.

87 giorni di mistero che lasciarono con il fiato sospeso non solo la località di El Paso, ma una buona parte dell’Arcipelago.

Tra il 30 gennaio e il 26 aprile 1628 emerse dal nulla una voce diretta che parlava ripetutamente a più persone, si ascoltarono suoni emessi all’improvviso, apparvero oggetti che si muovevano da soli o che si materializzavano direttamente dal nulla.

L’anima addolorata finì per dare il suo nome, Ana Gonzalez, la Heradora, una donna del posto che era morta nel 1625, pochi istanti dopo aver dato alla luce il suo ultimo figlio, il piccolo Salvador.

A quanto pare era preoccupata per suo figlio e per le piccole questioni con i parenti e vicini di casa che aveva lasciato in sospeso.

Quella che per secoli è stata considerata solo una leggenda ha preso una piega inaspettata nel 2007, quando la tenace ed efficiente ricercatrice di La Palma María Victoria Hernández ha trovato i certificati di battesimo e di matrimonio che dimostravano che i personaggi erano realmente esistiti nel luogo e nelle date indicate.

Ciò che spinge a includere la narrazione in questo articolo sono le “croci dell’aldilà” che hanno contraddistinto il caso, e che a quanto pare arrivarono nelle mani del vescovo Cristobal de la Cámara y Murga.

Il prelato si era interessato e aveva indagato, per quanto possibile, sulla questione.

La cronaca del tempo allude a come l’anima di Tacande avesse fatto molte croci, anche se è difficile chiarire se queste fossero incise su oggetti, mobili o pareti, o se fossero oggetti in sé.

Il testo prosegue poi indicando che era stato mandato a chiamare il vescovo Cristobal de la Cámara y Murga il quale tenne alcune di queste croci e altre le prese P.Juan Montiel.

Altre ancora furono portate da Juan Gonzalez al Tenente Generale che si trovava in quel momento nell’isola e furono lasciate solo tre croci.

Si evince che c’erano molte “croci dall’aldilà” e che varie persone le presero, compreso il Tenente Generale e il vescovo, o strappando frammenti di legno da una scatola su cui erano incise o raccogliendo proprio le croci che si erano materializzate su una scatola di legno.

In entrambi i casi, dove sono queste croci? Sono conservate in collezioni e archivi familiari? Forse nella documentazione dell’avvenimento che potrebbe essere conservata dalla Diocesi delle Isole Canarie a Las Palmas?

Claudia Di Tomassi