Il Governo avvia il processo di annullamento della concessione dell’Oliva Beach per illegalità

L’Ufficio del Procuratore di Stato e la Direzione Generale per la Sostenibilità del Litorale e del Mare riconoscono le anomalie nell’autorizzazione concessa nel 2003 alla RIU per l’occupazione del demanio pubblico marittimo terrestre.

La ristrutturazione dell’Oliva Beach Hotel sta per diventare una demolizione.

La Procura di Stato ha considerato illegale la concessione del demanio pubblico marittimo terrestre alla RIU per il complesso di 432 appartamenti e 10 locali commerciali costruiti tra le dune di Corralejo.

Il Ministero della Transizione Ecologica ha avviato il processo di revisione d’ufficio e di annullamento dei permessi, inizialmente concessi nel 2003, per occupare un totale di 59.768 metri quadrati.

Inoltre, fino a quando la causa non sarà risolta, il Ministero ha deciso di non rispondere alla richiesta della RIU di riformare le strutture turistiche.


La situazione a Oliva Beach è stata capovolta.

La catena alberghiera, che minacciava il personale di licenziamento se il Ministero non gli avesse permesso di ristrutturare l’albergo e gli appartamenti, si trova ora di fronte al probabile annullamento della concessione.

La causa sarebbero evidenti irregolarità nei permessi, commesse dalla stessa RIU che nascondeva informazioni chiave all’allora Ministero dell’Ambiente.

Una relazione della Procura di Stato conclude che la concessione del demanio pubblico, rilasciata nel luglio 2003, è “nulla e non avvenuta”.

La legge costiera stabilisce che “detenere il titolo di proprietà” di un terreno prima dell’entrata in vigore della legislazione nel luglio 1988 è un requisito essenziale per l’accesso ad una concessione.

La RIU non possedeva l’intero complesso di appartamenti di Oliva Beach e, all’epoca, aveva già venduto 20 appartamenti.

Nonostante ciò, ha nascosto questo fatto fondamentale al Governo quando, nell’agosto 2002, ha chiesto la concessione di Costas per Oliva Beach.

La conseguenza, come evidenziato dalla Procura, è che la RIU non ha rispettato e non rispetta, allo stato attuale, il requisito fondamentale di essere titolare della concessione, in quanto non è proprietaria di tutti i beni.

Pertanto, la relazione conclude che dovrebbe essere avviata una procedura di revisione d’ufficio, al fine di annullare l’autorizzazione ad occupare il pubblico demanio.

Questa procedura è già stata avviata presso il Ministero della Transizione Ecologica.

Le irregolarità rilevate nella concessione originaria del 2003 si estendono alla modifica avvenuta nel 2007 e alla proroga straordinaria di 75 anni alla quale il Governo ha dato il via libera nel 2016.

La Procura di Stato indica che il permesso di occupazione del pubblico demanio sarebbe parzialmente nullo, in quanto riguarda il complesso di 432 appartamenti e 10 locali commerciali.

La Direzione Generale per la Sostenibilità del Litorale e del Mare, invece, sottolinea, in un altro rapporto, che l’atto amministrativo che rilascia la concessione è un tutt’uno, e suggerisce quindi che l’annullamento del permesso venga esteso anche al terreno su cui si trova l’albergo.

Nella sua relazione la direttrice generale, Ana Maria Oroño, scrive che nel caso in cui vi siano argomentazioni legali che possano giustificare una nullità solo parziale, la parte del titolo di concessione interessata dalla causa di nullità si materializza nella totalità della proprietà madre del complesso residenziale.

Quando la catena alberghiera RIU, attraverso una delle società del gruppo, Geafond, nel 2002 ha richiesto una concessione di pubblico demanio per salvare Oliva Beach, che rientrava entro i confini di Costas, ha affermato di essere il proprietario degli edifici.

A tal fine, ha fornito la documentazione di due particelle: la 3.728 del catasto di Puerto del Rosario, dove è stato costruito l’albergo, e la 3.646, dove sono stati costruiti gli appartamenti.

Per quanto riguarda la seconda particella, gli appartamenti, nel 2002, non esistevano più in quanto tali.

Infatti, sottolinea il procuratore di Stato, era stata divisa in 442 appezzamenti indipendenti e, di questi, 20 erano stati venduti.

Se il Governo centrale lo avesse saputo, non avrebbe rilasciato la concessione che ha dato alla RIU nei termini in cui l’ha fatto.

L’inganno della RIU è stato scoperto nell’aprile del 2017.

All’epoca, un privato cittadino si informò presso Costas de Canarias sulla situazione giuridica di uno degli appartamenti di Oliva Beach in vista di un possibile trasferimento di proprietà.

Quella richiesta di ragguagli prima della vendita di uno degli appartamenti fece scattare l’allarme a Costas, che richiese informazioni dettagliate al Catasto con la storia di ciascuno dei 442 immobili.

Si è così scoperto che nel 2012 la RIU ha fornito al Governo una documentazione che non corrispondeva alla realtà.

Lo stratagemma scoperto della RIU spinge ora il Governo centrale a rivedere la concessione dell’Oliva Beach.

La competenza per risolvere la questione spetta al Consiglio dei ministri, presieduto da Pedro Sanchez.

Costas ha congelato la sua risposta riguardo ai lavori di ristrutturazione fino alla decisione sulla concessione

La Direttrice generale della Sostenibilità del Litorale e del Mare, Ana María Oroño, ha incaricato i servizi legali del Ministero della Transizione Ecologica di elaborare la revisione d’ufficio della concessione dell’Oliva Beach.

La Oroño sottolinea che fino a quando non verrà presa una decisione sulla legalità della concessione, la Direzione generale non dovrebbe deliberare sulla domanda della RIU.

Il capo dell’Autorità costiera delle Canarie, Rafael Orive, aveva già avvertito che il progetto RIU per la riforma del complesso, con la costruzione di 15 nuovi appartamenti in un’altra località, era in violazione della stessa concessione che ora è stata messa in discussione.

Orive ha anche evidenziato nel suo rapporto che, nel complesso, la catena turistica intendeva trasformare zone di uso pubblico e libero in zone ad uso privato delle imprese.

Ciò implicherebbe l’impossibilità per qualsiasi cittadino di avere accesso a un’area di oltre 18.000 metri di terreno, ad uso pubblico.

Claudia Di Tomassi