Tra l’allarme e la noia

La crisi del #coronavirus scatena i timori della gente.

Non lo sapevamo, ma il confine tra la normalità e il panico è molto più sottile di quanto pensassimo.

Senza grandi tragedie storiche di cui parlare negli ultimi decenni della Spagna, al di là del terrorismo o delle conseguenze della Grande Recessione del 2008, si pensava che una cosa del genere fosse annunciata solo da bombe, carri armati o mortai.

Ma, in sole due settimane, siamo passati dalla follia etilica del Carnevale al sedersi davanti alla televisione ad ascoltare un primo ministro, Pedro Sánchez, con un volto buio.

In una sola settimana, dal camminare per le strade chiedendo l’uguaglianza tra donne e uomini a chiederci quanto durerà questa quarantena obbligatoria. 

Tutto a causa di un virus la cui prima infezione, secondo il governo cinese, è avvenuta a novembre, nella provincia di Hubei, e che ha già causato migliaia di morti nel mondo, quasi duecento in Spagna.


La pandemia più destabilizzante del XXI secolo è arrivata in un aereo.

E ha devastato i supermercati delle Canarie, in questi giorni, con migliaia di persone in preda al panico.

“Stato di allarme”.

Queste tre parole di Pedro Sánchez hanno fatto fare alla popolazione un salto come una molla.

Molta gente è arrabbiata, perché quando ancora il VIRUS sembrava non esserci in Spagna, avevano detto che “era solo un po’ di influenza”, ma allora perché lo “Stato di Allarme”? Quando ci fu l’ebola non l’hanno indetto!

Non importa se il Governo dice che le forniture alimentari sono assicurate, tutti si va al supermercato a fare scorta,  il comportamento irrazionale prevale, perdiamo la strada, che sia per mancanza di fiducia nelle “parole” di chi ci governa?

Bisogna evitare il caos, ma allo stesso tempo bisogna chiudere la gente nelle case, negli alberghi…

E’ nato l’hashtag #YoMeQuedoEnCasa.

Tutto sembra indicare che il coronavirus (Covid-19) non cesserà fino all’estate, quando farà un “cessate il fuoco” per fare una nuova ricomparsa il prossimo inverno, in una seconda ondata epidemica che sarà ancora più grande della prima.

Almeno così dicono esperti.

In un momento storico delicato in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa.

Fermi, a casa, giorni e giorni.

A fare i conti con  un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro.

Sappiamo ancora cosa farcene?

In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi.

Ci costringe a rifare famiglia.

In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dandoci l’illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.

Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?

In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l’unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi.

La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro. [Cit. F.Morelli]

Godetevi questi giorni di quarantena: leggete, riposate, ridete, cucinate, meditate, fate pulizie pasquali, guardate un bel film, chiacchierate al telefono con gli amici, annoiatevi (parola ormai sconosciuta) ma rigorosamente e assolutamente #IoStoACasa  #YoMeQuedoEnCasa

Bina Bianchini