I segreti delle battaglie di El Cuchillete e Tamasite vengono alla luce

Foto di Francis Vidic
www.francisvidicfuerteventura.com

Uno studio archeologico e una ricerca di archivio chiariscono l’origine dei corsari, il numero di morti e riportano alla luce i resti di una granata inglese della battaglia di Tuineje.

Nel 2018, un’equipe dello studio archeologico Arenisca ha dato il via ad un progetto per la ricerca delle ossa dei corsari che avevano partecipato alle battaglie di El Cuchillete e Tamasite, a Tuineje, e di altri elementi con cui documentare il racconto epico del 1740.

Benché le aspettative iniziali fossero poche, il lavoro sul campo e la ricerca negli archivi hanno permesso di acquisire nuovi dati, come il numero dei caduti durante la guerra, l’origine dei navigatori, la paternità del dipinto della chiesa di San Miguel, dove sono rappresentate le battaglie.

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Derque Castellano, uno degli archeologi, insieme a Rosa López, Tarek Suleimán e l’antropologo forense Samuel Cockerill, hanno calcato per mesi le montagne del Tuineje e hanno cercato nei libri e negli archivi le risposte alle incognite che questa battaglia, di cui, lo scorso ottobre, si è celebrato il suo 279° anniversario.

L’opera, finanziata dal Governo delle Isole Canarie, è stata, secondo le parole dell’archeologo, una sfida.

Hanno iniziato a lavorare con scarsa bibliografia tra cui la pubblicazione di due lettere di Sánchez Umpiérrez, allora tenente colonnello di Fuerteventura e le testimonianze di dodici abitanti di diversi villaggi che parteciparono alla battaglia di El Cuchillete, il 13 ottobre.


Tra i pochi documenti disponibili, anche la pubblicazione “Ataques ingleses contra Fuerteventura, 1740”, di Antonio de Béthencourt Massieu, un riferimento per i ricercatori interessati alla battaglia majorera e alcuni appunti pubblicati sulla stampa.

La prima sorpresa è arrivata dopo poco tempo ed è stato il libro “Attacchi britannici contro le Isole Canarie nel XVIII secolo. La visione britannica” pubblicazione del 2016 di Carlos Hernández Bento.

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Lo storico delle Canarie annota in quest’opera nuovi dati sulle battaglie di Tuineje e, per la prima volta, colloca i corsari arrivati a Fuerteventura dall’altra parte dell’Atlantico.

Si era sempre creduto che fossero britannici, ma, grazie a questo libro, ora si sa che provenivano dalle colonie americane.

Nella sua ricerca, Hernández Bento raccoglie i dati pubblicati dalla stampa inglese nel 1741 e riecheggia l’opera di Howard Chapin, scrittore che nel 1926 pubblicò un libro basato sui giornali di bordo delle navi che parteciparono alla guerra di Re Giorgio, una battaglia in cui la flotta e le truppe del Regno di Gran Bretagna si scontrarono con quelle dell’Impero spagnolo nell’area caraibica.

Si era sempre stato creduto che i corsari fossero britannici, ma ora si sa che provenivano dalle colonie americane. Non erano pirati anarchici, ma ex militari della élite della marina inglese.

Nell’opera, Howard Chapin espone i nomi dei capitani e di alcuni marinai arrivati a Fuerteventura, il nome delle navi, la loro origine e chi le possedeva. Informazioni finora nascoste per i ricercatori che si sono interessati a questo episodio della storia majorera.

I corsari di El Cuchillete e Tamasite erano ex militari con un forte sentimento di onore e fedeltà ai loro capi, arruolati nell’esercito talmente giovani che a 20 o 25 anni erano già considerati dei veri veterani.

L’indagine ha inoltre permesso di identificare le due navi che sono arrivate a Gran Tarajal.

Il Vernon è quello che arrivò la mattina del 13 ottobre 1740 nell’isola per affrontare, ore dopo, i majoreros nella battaglia di El Cuchillete. 

Il Sant’Andrea, invece, attraccò il 24 novembre con un equipaggio che non impiegò molto tempo a fare la guerra ai majoreros nella zona di Tamasite.

Dalle cronache dell’epoca emerge che il capitano de El Vernón si chiamava Willis, e che l’imbarcazione doveva essere una corvetta o una corvetta con 14 cannoni e una capacità di 75 persone, anche se il suo equipaggio al momento di raggiungere la terraferma era di 57 persone.

Il Sant’Andrea portò a Fuerteventura i corsari che combatterono contro i majoreros sul versante nord di Tamasite.

Era una nave costruita nei cantieri giamaicani ed è già registrata come nave corsa l’11 giugno 1740 a Newport. I suoi proprietari erano Sueton Grant e John Gidley, membri di una ricca famiglia nobile di origine scozzese.

Le indagini sono proseguite negli archivi parrocchiali di Pájara, Betancuria e dei militari di Santa Cruz de Tenerife.

Nell’isola hanno cercato i nomi dei 20 ostaggi che erano stati presi prigionieri nella battaglia di El Cuchillete, ma non sono riusciti a trovarli.

Gli archeologi hanno avuto più fortuna nel rintracciare i vecchi registri delle chiese di Pájara e Betancuria.

La ricerca dei caduti in battaglia nei certificati di morte ha permesso di contestare alcuni dei nomi che Cullen del Castillo aveva riportato in un articolo degli anni ’40 e di includerne un altro nell’elenco delle vittime.

E’ emerso, ad esempio, che una delle vittime è morta tre giorni dopo la battaglia di El Cuchillete e anche il nome di alcuni dei combattenti che sono morti in battaglia e che erano rimasti inediti, tra cui due caduti nella battaglia di Tamasite.

Il nuovo conteggio porta il numero di inglesi morti a circa 30 e il numero di majoreros morti nella battaglia di El Cuchillete a cinque. A Tamasite, morirono 55 inglesi e cinque majoreros, mentre 15 locali rimasero feriti.

Secondo questo ricercatore, il ruolo svolto dagli schiavi mori che, all’epoca, vivevano a Fuerteventura doveva essere rilevante, anche se la maggior parte di loro rimangono anonimi.

Spiega l’archeologo che sicuramente hanno partecipato alla battaglia perché c’era un grande numero di prigionieri che ha combattuto, sono stati feriti e sono morti senza essere nominati nelle cronache perché considerati insignificanti.

Nei testi si parla di Salvador El captivo, Juan Diego Nicolás, schiavo del presbitero don Juan Antonio e schiavo del beneficiato don Sebastián Trujillo.

Uno dei risultati più interessanti dell’indagine è stato quello di poter datare e attribuire i dipinti della pala d’altare di San Miguel della chiesa di Tuineje in cui sono rappresentate le battaglie di El Cuchillete e Tamasite.

Un articolo del 1952 sul giornale La Falange, lo data al 1880.

Il ricercatore Santiago Cazorla li collocò un secolo prima, nel 1780, facendoli coincidere con la data in cui il pittore Juan Bautista Bolaños stava lavorando nella chiesa.

Derque Castellano spiega che per i ricercatori era fondamentale sapere chi fosse l’autore e in quale data era stato fatto il dipinto, perché, se fosse stato datato a 30 o 50 anni dopo la battaglia, avrebbe potuto fornire molte informazioni importanti.

La fortuna ha messo sulla loro strada una mappa del 1780 di Juan Bautista Bolaños che rappresenta l’isola di Fuerteventura e dal cui pennello provenivano anche tele a tema religioso e pulpiti per gli eremi di Tefía e Tetir.

Le montagne dipinte da Bolaños sulla mappa erano molto simili a quelle della pala d’altare della chiesa di Tuineje.

Anche le case e le dune della mappa erano molto simili a quelle della tavola della pala d’altare.

La somiglianza tra un’opera e l’altra e il fatto che Bolaños abbia dorato la pala d’altare della chiesa di Tuineje in quel periodo, secondo gli archeologi permette di credere, con assoluta certezza, che sia stato lui a dipingere le tavole intorno al 1780, 40 anni dopo la battaglia.

Nei dipinti ci sono scene di battaglia, armi, i cammelli che fungevano da barricate e alcune informazioni sull’abbigliamento.

Fino ad ora, si pensava che gli uomini in casacca blu fossero miliziani locali, ma la nuova indagine attribuisce questo abbigliamento ai corsari. Indossavano casacche blu, calzoni rossi e ghette bianche. Quello con la giacca rossa che appare nel quadro è stato identificato come il capitano della Marina. Durante le ricerche, gli archeologi non hanno rinunciato agli obiettivi iniziali del progetto: individuare il luogo in cui si trovavano le ossa dei corsari e la posizione esatta dei luoghi dove infuriava la battaglia.

Con l’aiuto di un metal detector, hanno trovato i resti di proiettili di piombo, frammenti di spade o sciabole, armi, bottoni di cappotti inglesi e granate a mano, ma la ricerca non ha dato i risultati sperati per quanto riguarda le ossa.

Una delle ipotesi è che potrebbero essere stati cremati per evitare malattie e altri problemi legati alla decomposizione.

C’è anche la possibilità che siano stati sepolti dopo essere stati portati via dal villaggio o addirittura gettati in mare, perché, a fronte del conflitto cattolico e protestante, erano considerati eretici nonché un grave problema di salute pubblica, per cui gli abitanti potrebbero essersene liberati per il bene collettivo.

Durante l’ultimo giorno di lavoro è arrivata la più grande sorpresa. Quel giorno, gli archeologi stavano ispezionando la zona di Llano Florido. La fortuna gli ha fatto incontrare un frammento di vetro verde scuro con toni giallastri nei bordi più sottili e traslucidi.

Lo studio preliminare li ha portati a identificarlo con un pezzo di granata di origine inglese.

In seguito, dall’Università di Alicante, è arrivata la conferma all’interpretazioni del team di Arenisca. Gli archeologi sperano di poter tornare a lavorare nella zona, alla ricerca di nuovi resti di quella granata.

L’indagine è servita anche a definire i luoghi specifici del conflitto. Il racconto dei testimoni di El Cuchillete ha aiutato gli archeologi a localizzare la “montagna rotonda” di cui parlano.

Il frammento di granata serve a delimitare l’area di Llano Florido per le campagne future.

Gli archeologi sono ansiosi di tornare sul campo per continuare a svelare le incognite della battaglia più importante della storia di Fuerteventura.

Finora i risultati sono stati presentati al “XVIII Jornadas de Estudios sobre Fuerteventura y Lanzarote” e la casa di produzione Pastorcillo Films ha girato un documentario sulla battaglia e sull’attività archeologica.

Roberto Trombini