La tradizione delle concerie a Fuerteventura

Se c’è qualcosa che caratterizza la nostra amata isla majorera, è il suo esteso allevamento di capre. Le capre arrivarono dall’Africa, insieme ai primi coloni di Fuerteventura, ed erano la principale fonte di calorie, proteine e grassi dei mahos.

Fin dagli anni della conquista, guidata da Jean Béthencourt e Gadifer de la Salle, è stato documentato il gran numero di capre che si trovavano nella maxorata.

I mahos erano vestiti di pelli. Fra Adreu Galindo, nel XVII secolo, raccontava già l’importanza della lavorazione del cuoio a Fuerteventura.

Le donne portavano mantelli di pelle di capra e, per di più, vestiti di pelle di montone, e cappelli pelosi fatti della stessa pelle. Usavano coltelli di selce, che chiamavano tafiagues. Chiamavano il cuoio “harhuy”, e “guanil” il bestiame selvatico.

Il commercio della concia delle pelli è stato un’industria importante sull’isola. Durò dalla conquista fino alla metà del XX secolo.


I primi coloni che arrivarono a Fuerteventura dalla Penisola si erano già resi conto del potenziale che la concia delle pelli avrebbe avuto, e hanno rapidamente avviato diverse concerie.

Le prime concerie furono costruite a Betancuria. La città aveva anche fino a sei di questi edifici funzionanti contemporaneamente, uno dei quali nel Lomo de la Villa, vicino all’attuale cimitero di Betancuria.

Ma ce n’erano molti altri, in prossimità dei barranchi e delle zone di concentrazione delle capre. Diverse concerie sono state costruite a Pájara, Tuineje, Toto, Barranco del Río Cabras, ecc.

La toponomastica majorera ha due chiari esempi che fanno riferimento a queste industrie, in particolare la fonte de las Tenerías (fonte situata vicino alla Montaña Blanca), e il Barranco de  las Tenerías vicino alla spiaggia di Jarugo.

Sulle pelli che venivano conciate, esportate o essiccate nelle concerie di Fuerteventura, il consiglio comunale dell’isola applicava, fin dal XVII secolo, una tassa chiamata “herrete”. La quantità variava nel tempo, da 3 “maravedies” per pelle a 1/4 di un “maravedí” ogni tre pelli.

Il “herreteador” era la persona, nominata dal Cabildo, incaricata di raccogliere le tasse e di fare i segni sulle pelli per riconoscerle.

A causa della grande quantità di acqua necessaria nel processo di concia delle pelli, è curioso immaginare come siano riusciti, in passato, a fornire acqua su un’isola arida come Fuerteventura.

L’infrastruttura delle concerie era semplice. Si trattava di tre camere indipendenti. Una delle stanze era dedicata alla quarantena e alla pulizia delle pelli, un’altra al processo di conciatura vera e propria e l’ultima all’asciugatura.

Nella sala di concia c’erano diverse vasche, circa sei, chiamate a Fuerteventura “noques”, che erano attaccate alle pareti. La zona centrale della sala era dotata di uno spazio attrezzato per la lavorazione meccanica delle pelli.

All’esterno c’era un pozzo per immagazzinare l’acqua e fornirla ai serbatoi all’interno.

Per riempire la grande cisterna, l’acqua doveva essere pompata dal terreno, di solito tramite mulini o ruote idrauliche.

La concia delle pelli era un processo artigianale laborioso. Le pelli venivano sottoposte a vari trattamenti di macerazione, chimici e meccanici nelle vasche. Una volta asciutte venivano selezionate e sottoposte ad una marcatura.

Una curiosità è che, a causa degli effetti batterici degli escrementi di cane, questi venivano utilizzati nel processo di concia. I bambini erano incaricati di raccoglierli.

Marco Bortolan