I PRIMI CENTO ANNI DI DON PEDRO PLACERES

Qualche anno fa ero a Napoli, seduta al tavolo di un caffè all’aperto, semivuoto. Chiacchieravo con una mia amica, quando arrivò un signore molto anziano, con tanto di bastone e passo incerto. Si rivolse a noi, sollevando il Borsalino con un gesto galante e teatrale… e ci chiese scusa. Il motivo della sua preoccupazione?  Sedendosi, ci avrebbe rivolto le spalle, e per lui era una scortesia che meritava un chiarimento ed un’alzata di cappello.

Sarà passato un decennio, ma lo ricordo come fosse ora. Avrei voluto abbracciarlo. In lui avevo riconosciuto quella educazione cavalleresca che distingueva mio padre e quelli della sua generazione; nati nei primi decenni del Novecento ed eredi delle maniere garbate tipiche dei romanzi ottocenteschi. 

Non voglio dire che negli anni a venire abbia incontrato solo energumeni maleducati, anzi. La mia vita è fortunatamente costellata di persone cortesi e sorridenti, ma quell’impronta di un’altra epoca è tanto inconfondibile, quanto difficile da trovare. Negli ultimi tempi, ho ritrovato quella galanteria affabulatrice a Mala, nella casa di Don Pedro Placeres, classe 1920. I conti tornano, sempre.

Pedro il 29 giugno compirà cento anni, circondato da una famiglia amorevole e numerosa.


Ha avuto sette figli, che diventano quattordici se pensiamo all’amore che ha saputo trasmettere anche a nuore e generi. A questi aggiungiamo quattordici nipoti, e capiamo bene che a casa Placeres c’è sempre un gran via vai di persone.

Ma sia ben chiaro, familiari ed amici non si avvicendano al fianco di Don Pedro esclusivamente per senso del dovere o responsabilità. Stare con lui è divertente.

Questo nonnino centenario ha ancora lo sguardo furbo e la battuta pronta, ascolta con attenzione quello che hai da dire, basta che tu lo dica ad alta voce. Chiacchiera animatamente ed ogni tanto si perde nei suoi pensieri, alla ricerca di un ricordo o di un’idea da condividere, con leggerezza e simpatia.  Si lascia fotografare in pose ironiche, con tanto di cappellini ed occhiali scuri, scherza davanti all’obiettivo e gioca con una nipote che lo ama con una dedizione commovente.

Dacil è nostra amica, una delle persone migliori che conosca: le voglio bene per tanti motivi più uno. In lei ed il nonno rivedo il rapporto che avevo con mio padre, quella tenerezza e complicità che azzera ogni distanza generazionale. Siamo tanto spaventati dal tempo che passa, per molti la vecchiaia è solo una fase di dolori alle giunture e senile rimbambimento. Se invece imparassimo a vederla come un periodo nel quale ci si può liberare di tanti condizionamenti: l’aspetto fisico, le prestazioni lavorative, i ritmi caotici, il volersi prendere sempre troppo sul serio.

Imparare a ridere di noi stessi, a sdrammatizzare affrontando i problemi con un’alzata di spalla, forse è questa la vera saggezza, ed è la lezione più grande che leggo nei sorrisi e negli abbracci scanzonati di Don Pedro.

Mi chiedo come fosse la Lanzarote dei suoi tempi, avrei tante domande da fargli, ma ci vado giù piano. Ricordiamoci che il suo disco rigido ha in memoria cento anni di fatti, nomi, persone… una bella mole di gigabyte da gestire.

Quindi opto per quesiti semplici.

Il tuo piatto preferito? A me piace tutto, se ne devo dire proprio uno: i fichi d’India.

Il luogo più bello dell’Isola? Mala, perché ci sono nato e ci ho vissuto.

Un pensiero che ti piacerebbe condividere con le persone più giovani? Vivere bene, tranquilli, e continuare ad essere fiduciosi nei confronti della vita.

Per quanto siano banali le domande, ogni risposta mi riporta alla stessa conclusione: la felicità è nelle piccole cose.

Ci alziamo per accomiatarci da questo maestro di vita e speranza, con noi ci sono Dacil e la mamma, che ci accompagneranno alla porta. Cerchiamo di salutare Don Pedro senza troppi convenevoli, vorremmo che rimanesse seduto. Non sia mai. Appoggiandosi al bastone, ci scorta fino all’uscio di casa, varca la soglia e rimane li, a salutarci agitando la mano, fino a quando la sua sagoma non svanisce al nostro sguardo.

E mi torna in mente un vecchio adagio: signori si nasce.

Viviana Biffani

Foto credits: Dacil Gonzales Placeres