Le Canarie nel passato

La religione

foto da wikipedia Roque Bentayga

Prima della conquista spagnola, sembra che la religione fosse vagamente monoteista.

La divinità astratta e universale adorata nell’arcipelago si chiamava Alcorac che significa “il più grande” o “il più alto”.

Si suppone che Alcorac non fosse mai stato rappresentato dai Canari sotto forme umane idolatriche.
A gettare il dubbio sul monoteismo integrale dei Canari hanno contribuito alcune scoperte archeologiche consistenti in statuette di pietra, legno e terracotta, figure femminili e simboli fallici.

Forse erano amuleti, feticci demoniaci o protettori dai geni del male e dalla magia legati alla superstizione, ma potrebbero anche aver appartenuto ad un olimpo di divinità minori.

Il culto al Dio Alcorac

foto da wikipedia Roque Bentayga

Il culto ad Alcorac veniva reso nelle grotte internamente preparate per raccogliere i fedeli e fungere da tempio. Dei pilastri naturali intagliati nella roccia dividevano il sacro luogo in tante navate, nel mezzo delle quali si trovavano delle aree scolpite, dipinte e decorate, che ricevevano i sacrifici.

Questi consistevano in libagioni di latte, burro e miele.


Gli agnelli e le capre erano invece immolati per combustione all’aperto, sulle cime dei monti, affinché il fumo delle vittime consumate salisse direttamente al cielo.

Sacerdoti e vergini consacrate

In caso di forte siccità si celebravano pubbliche lamentazioni al dio.

Le sacerdotesse precedevano il popolo scendendo verso la spiaggia dove, invocando la divinità, battevano con delle verghe o con rami di palma le onde del mare.

In altri casi i pastori spingevano il gregge verso l’alto dei monti, separavano le pecore dagli agnelli, sperando che il belare di questi ultimi riuscisse a commuovere il dio.

Restavano in posizione d’attesa e di preghiera, senza mangiare e senza bere, fino al primo cadere della pioggia.
Gli uffici religiosi erano sottoposti alla suprema direzione di un gran sacerdote o faican e vi era consacrato un cospicuo numero di vergini sacerdotesse, le arimaguadas, che vivevano nei monasteri rupestri ed andavano vestite con lunghe fute bianche; erano tenute in sommo onore dalla popolazione e spesso monarchi e magistrati le consultavano per ottenere un responso sulla soluzione di gravi quesiti che assillavano la vita pubblica.

Le istituzioni sociali

Monarchia e regni

Le Canarie erano istituzionalmente rette da una monarchia e costituivano tanti regni, autonomi tra loro, alcuni dei quali erano suddivisi in principati, come nell’isola di Tenerife.

La successione dinastica era ereditaria e soltanto un uomo di sangue reale o imparentato con la principessa primogenita, poteva ascendere al trono.

I principi, che governavano i territori, erano nominati dal Guanarteme che li sceglieva fra i migliori cittadini.

Giustizia e processi

La giustizia era amministrata da un’assise di cittadini eletti dal popolo e da un alto magistrato che godeva di tutti i poteri legali.

I processi si celebravano in pubblico, in una specie di anfiteatro all’aperto, nel centro dell’abitato e le condanne erano contemplate in un codice severissimo, che presenta alcune analogie con il diritto coranico dei musulmani. Il furto era punito con il taglio della mano e al recidivo venivano strappati gli occhi; all’adultero gli organi genitali; i parricidi, fratricidi e uxoricidi con premeditazione ed i traditori della comunità erano condannati a morte mediante lo schiacciamento della testa su un masso basaltico che sorgeva nel mezzo del tribunale.

Attività femminili

Alla donna venivano riconosciuti ampi privilegi di carattere morale, sociale e politico e tutte le libertà le erano consentite: direttrice degli affari domestici, prendeva parte attiva al lavoro agreste e pastorale, deteneva il monopolio dell’artigianato minore quale la ceramica, la tessitura, la cesellatura, le pintaderas (per il tatuaggio) e la concia.

Gli uomini si dedicavano essenzialmente ai lavori pesanti, all’artigianato industriale, al commercio, alla pesca, alle pubbliche cure ed alle armi.

La famiglia era la cellula principale della società insulare.

Benché fosse ammessa la poligamia i Guanci sposavano generalmente una donna sola.

I genitori della giovane dovevano dare il proprio assenso ma non potevano in nessun caso costringere la figlia ad accettare come sposo un uomo che essa non aveva scelto liberamente.

Il ruolo della donna

La donna godeva di un rispetto e di una considerazione enormi.

Poteva consigliare gli uomini nelle loro attività sociali, politiche e perfino militari.

Nessun uomo aveva il diritto di rivolgere per primo la parola a una donna, di fermarla o di guardarla quando ne incontrava una su una via poco frequentata.

Ma i mariti potevano ripudiare le proprie mogli, le quali, tuttavia, non perdevano la loro reputazione né la possibilità di risposarsi.

L’istinto materno era molto sviluppato e nell’educazione dei figli si tramandavano le regole morali di base della società, il rispetto per la persona, per la proprietà individuale, per le donne e i vecchi.

La donna guance aveva le spalle e la parte superiore del corpo ricoperti solo dai lunghi capelli ondulati.

Una gonna stretta di pelle scamosciata scendeva fino alle caviglie ed il viso veniva truccato.

Mentre le donne rimanevano a casa per preparare le pelli, cucire i vestiti e fabbricare cesti di vimini, gli uomini uscivano all’alba e rientravano alla sera.

Artigianato e agricoltura

Nei centri abitati la vita artigiana era intensa e, anche se pare che i Guanci non abbiano avuto contatto alcuno con la civiltà europea, essi erano organizzati in corporazioni che ci ricordano i quartieri di arti e mestieri delle nostre città medievali.

Nelle valli e sugli altipiani i contadini lavoravano pazientemente la terra.

Nonostante le procedure primitive, essi riuscivano a coltivare tredici tipi di cereali, soprattutto orzo, segale e grano.

Economi e previdenti, i capi tribù depositavano i prodotti raccolti in specie di silos, scavati nelle grotte, dove rimanevano freschi per tutto l’anno.

Ma la risorsa principale, l’espressione più tipica della civiltà guancia era la vita pastorale.

Tutti possedevano quelle conoscenze pratiche elementari che sono la cura delle greggi e il saper scegliere i pascoli migliori.

E, come i pastori dell’Arcadia, i Guanci cantavano i propri dolori, desideri e amori accompagnandosi con il flauto.

Attendendo la morte

Se chi aveva servito degnamente la società commetteva una colpa, gli venivano ricordate pubblicamente le sue gesta di un tempo e la sua vergogna del momento per infliggergli una maggiore umiliazione.

E quando un vecchio, dopo aver condotto una vita semplice e virtuosa, si sentiva oramai inutile, pronunciava davanti alla propria famiglia riunita il fatidico “vac aguare”: vado a morire.

Lasciava cioè la propria casa per ritirarsi in una grotta sulla montagna dove aspettava la morte, in solitudine.

(dal web)