Ma che forza hanno questi italiani

Ma che forza hanno questi italiani: indubbiamente sono una razza particolare, più unica che rara.

Il fatto di appartenere ad un’associazione come l’A.P.I.C.E. (Associazione dei Pensionati Italiani e dei Connazionali all’Estero) induce la relativa conoscenza con altri italiani che vengono un po’ da tutte le parti d’Italia: dal profondo sud alle regioni più nordiche che si tuffano nel cuore dell’Europa andando a confinare con altri Paesi come la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia.

Ci sono poi le cene che organizza il Presidente, Giuseppe Bucceri, sempre attivo ed attento alle necessità degli iscritti e non solo.

Anche in queste occasioni si conosce altra gente e nei discorsi e scambi di idee si possono rilevare quelle differenze che caratterizzano la gente del nord e quella del sud Italia, senza contare poi anche la presenza degli isolani.

Però, sicuramente, una particolarità li accomuna tutti: voler cambiare vita, godersi il futuro a loro concesso facendo ciò che hanno sempre sognato di fare e con la compagnia adeguata, lontani da una vita che, per qualche motivo, non condividevano più.


La scelta dell’esilio volontario, evidentemente, non è un’opzione che si prende a cuor leggero, ma talvolta è necessaria per ridare nuova energia e fiducia a chi ormai sembrava rassegnato ad avere un futuro senza alcuno stimolo particolare.

Naturalmente, non mi sto riferendo ai giovani che hanno necessità di lavorare, per loro, in quest’isola, ma anche nelle altre, la questione e ben più complessa.

Mi voglio soffermare solo sui pensionati perché proprio loro, aiutati dalla sicurezza psicologica e materiale che può fornire una pensione, riescono a trovare quegli stimoli che avevano perso o addirittura che non sapevano di avere.

Nel mio primo (e ultimo) corso di spagnolo ho conosciuto un finnico (finlandese) con il quale comunicavo faticosamente parlando in spagnolo.

Mi stava spiegando che nel suo Paese la temperatura è veramente proibitiva ed ora, che era in pensione, voleva trasferirsi con la moglie sull’isola.

Mi ha confessato che era un operaio di una fabbrica di cristalli e la sua pensione si aggirava attorno ai 3.000 euro (come le pensioni italiane, ho rimuginato!).

Gli ho chiesto cosa avrebbe voluto fare una volta trasferito (addirittura pensavo ad un allargamento dell’A.P.I.C.E.: far entrare anche qualche straniero!).

La risposta può essere riassunta così: cosa posso fare, qui non ci sono fabbriche di cristalli, quindi andrò in giro per l’arcipelago, prenderò tanto sole e farò tanti bagni e mangerò tanto pesce, d’altronde io ero abituato a vivere con niente in un paesino vicino ad Helsinki (la capitale) dove l’inverno ti concede meno di sei ore di luce al giorno. Stavamo chiusi a casa con temperature esterne che arrivano a -20°C, abbiamo un paio di mesi di primavera, poi è tutto inverno. Leggiamo molto!

Ho riportato questo colloquio perché il tono era molto differente da quello che riesco ad avvertire parlando con un italiano, da qualunque regione provenga.

In loro si intravede quel pizzico di entusiasmo, forse anche un po’ di follia, che ci contraddistingue.

Siamo, in genere, sempre curiosi ed anche pronti a ricominciare impostando uno stile di vita totalmente diverso da quello che avevamo in Italia, realizzando quel modo di campare che sognavamo come se fosse una lontana chimera. Ora è diventata una realtà!

Non solo, nell’italiano, contrariamente al finnico che ha tirato i remi in barca per lasciarsi andare alla deriva, ho trovato la voglia di riproporsi e tirar fuori il meglio di sé, esprimendo un’intelligenza non comune (naturalmente, salvo qualche eccezione, … sorriso!!!).

Gente che in Italia faceva un lavoro e qui ne fa un altro nel quale riesce anche meglio.

Questo fatto indica anche come, purtroppo, in Italia, quando ad un giovane capita un lavoro, questi lo prende al volo e spesso lo porta avanti per tutta la vita, magari non essendo entusiasta di ciò che fa perché voleva fare altro, non avendo avuto la possibilità di scegliere.

Qui, invece, avendo le spalle più protette, anche se da una pensione modesta, riesce a tirar fuori quell’entusiasmo per la vita e per ciò che ha sempre sognato di fare e ricomincia dando anche ottimi risultati; ecco che un direttore Rai diventa uno scrittore di racconti che potrebbero benissimo essere rappresentati in un teatro, un autista di pullman diventa un impiegato e assistente nei giochi di bambini, un cattedratico fisico-matematico diventa un pittore e giornalista, un avvocato diventa un esploratore delle isole e studioso di storia, un guardiano notturno diventa un tappezziere e così via.

Molti sono i cambiamenti così repentini: da quello che si faceva a quello che si fa ora qui.

Ecco dove sta la diversità!

Questa fantasia, ma soprattutto il cervello che riesce a stare dietro alle nuove richieste di attività e funziona ancora ottimamente.

Qui sta la forza dell’italiano, in generale, quello spirito che è molto invidiato e, forse, non compreso dagli altri che ci guardano come esseri strani e rari.

No, signori miei, noi non siamo rari, siamo unici!

di Stefano Dottori