L'”indipendenza turistica”, la soluzione alla crisi delle Canarie

Le Canarie, una holding con 8 “filiali”, possono e devono andare avanti nonostante il temporaneo fallimento di alcune di esse.

All’inizio del mese di agosto avevamo effettuato un’analisi della posizione privilegiata delle Isole Canarie come destinazione turistica di fronte alla pandemia COVID-19.

Sono circostanze di cui l’arcipelago spagnolo non ha potuto finora approfittare; anche se dopo la revoca dello stato di allarme – che ha bloccato tutta la Spagna per più di quattro mesi – c’è stato un lento recupero delle rotte aeree e una timida riattivazione dei mercati turistici, attualmente tutto il terreno guadagnato è andato perduto e ancora una volta le isole sono diventate un campo di battaglia tra la società canaria e il coronavirus, che registra cifre record.

Quasi tutti i governi europei hanno ancora una volta attuato, senza alcun tipo di omogeneità, restrizioni e divieti sui viaggi alle Isole Canarie

Di conseguenza, questa situazione ha avuto un effetto devastante sull’industria del turismo.

L’ultima ad aderire è stata la Polonia, che ha dato un tempo ai suoi cittadini (fine mese agosto) per tornare nel Paese, dopo di che vieterà i viaggi da e per la Spagna.


La situazione rispetto al resto dei principali mercati di emissione dell’arcipelago è varia, anche se generalmente negativa:

Regno Unito: richiede che i turisti che ritornano siano messi in quarantena per 14 giorni.

Germania: permette ancora viaggi alle Isole Canarie (sembra per poco), considerandola l’unica destinazione spagnola non a rischio.

Olanda: raccomanda di non viaggiare in Spagna. Tutti i viaggiatori devono essere sottoposti a una quarantena di 10 giorni al loro ritorno a casa.

Svezia: permessi di viaggio in Spagna.

Irlanda: richiede una quarantena di 14 giorni per il ritorno dei turisti.

Norvegia: i viaggiatori provenienti dalla Spagna devono mantenere una quarantena di 10 giorni all’arrivo in Norvegia.

Italia: obbliga i turisti a presentare una PCR negativa al loro ritorno nel Paese.

Belgio: permette di viaggiare senza restrizioni.

Polonia: dal 2 settembre sarà vietato viaggiare da e per la Spagna.

Di fronte a questa ripetizione della crisi totale già vissuta nel mese di marzo, vale la pena analizzare due concetti che abbiamo citato e che potrebbero rappresentare, dal nostro punto di vista, la soluzione a questa tendenza verso un nuovo “turismo 0”, che sta affondando l’economia dell’arcipelago e che sta colpendo molte aziende nazionali e internazionali che avevano riposto le loro speranze nell’unicità delle Isole Canarie.

Questi due concetti sono: le isole e la società.

Pensare alle Isole Canarie, non alle Canarie

Quando parliamo delle “Canarie”, parliamo di un territorio, di una regione come la Galizia, l’Andalusia o la Catalogna; tuttavia, se diciamo “Isole Canarie”, evochiamo immediatamente l’immagine della distanza geografica tra le isole.

Trattandosi di piccoli territori, limitati ma ognuno protetto dal mare, deve essere relativamente facile controllare il flusso di persone tra le isole e da ognuna di esse verso l’esterno dell’arcipelago.

Dato che ogni isola ha il proprio aeroporto (ad eccezione di La Graciosa, che riceve i suoi visitatori attraverso Lanzarote, e Tenerife, che ha due aeroporti) e ha le proprie statistiche e il monitoraggio dei casi di coronavirus, perché non insistere sulla capacità di gestione di ogni isola come destinazione turistica indipendente e isolata e trasmettere questa individualità ai governi europei?

Questo avrebbe due effetti istantanei:

L’attività turistica non si fermerebbe su quelle isole che soddisfano i tassi di infezione considerati accettabili da ogni governo straniero.

Il governo delle Canarie potrebbe mantenere l’attività economica della regione, sostenendola su queste isole che riceverebbero gli aerei con i turisti.

Le Isole Canarie, una holding con 8 “filiali”, possono e devono andare avanti nonostante il temporaneo fallimento di alcune di esse.

Perché fermare l’attività in un momento vitale per la sopravvivenza della regione se solo alcune isole sono “positive”?

Se 2, 3 o 4 dei 7 aeroporti potessero ricevere voli turistici, non tutte le attività commerciali della regione verrebbero interrotte.

Certo, questo sistema premierebbe i risultati individuali, in questo caso sinonimo di isole, ma si tratta di garantire che le isole nel loro insieme non affondino nelle trincee dell’Atlantico.

Sbloccare il flusso turistico perduto è possibile, realistico e fattibile; infatti, sabato scorso un’altra isola, in questo caso Cuba, ha riacquistato lo status di Paese sicuro in cui viaggiare nel Regno Unito.

Questo è un chiaro esempio che i divieti e le quarantene vengono imposti e anche tolti.

Il ministro dei trasporti britannico Grant Shapps, che ha riportato la notizia tramite il suo account Twitter, ha anche avvertito che lo scrutinio di ogni destinazione turistica è costante e che “le cose possono cambiare rapidamente”.

Il governo britannico ha stabilito che un paese è considerato area a rischio se supera i 20 nuovi casi ogni 100.000 abitanti negli ultimi sette giorni.

Inoltre, si tiene conto di altri fattori, come il tasso e la velocità di diffusione del virus.

È necessaria una flessibilità, che non serve più a parlare di un paese o di una regione, ma a introdurre il concetto di “isola sicura”.

Ogni paese ha stabilito le proprie condizioni di viaggio da e per gli altri paesi; un mosaico di misure per ogni mercato di emissione che perturba le operazioni dei tour operator, delle compagnie aeree e degli altri agenti turistici che chiedono un piano comune europeo.

A prescindere da questo mosaico di regole, è un dato di fatto che lo status di paese sicuro è dinamico, è una sfida quotidiana ed è una questione vitale dal punto di vista della salute, ma anche dal punto di vista della sopravvivenza dell’economia e, per rispondere ad essa, è necessaria una flessibilità, per la quale non è più utile parlare in termini di paese o regione, ma per la quale si dovrebbe introdurre il concetto di isola sicura”.

Avete spiegato alla società cosa sta succedendo?

Non ci stancheremo di ripetere che il 35% del PIL e il 40,4% dell’occupazione nell’arcipelago dipendono, direttamente e indirettamente, dal settore dei viaggi e delle vacanze e che nel breve e medio termine questo settore è difficile da sostituire con qualsiasi altra alternativa.

Quali settori potrebbero generare tanta occupazione e ricchezza quanto il turismo?

Molte sono le voci politiche che hanno parlato per lustri di cercare nuove opzioni che rendano le Isole Fortunate meno dipendenti dalla monocultura turistica, ma queste “intenzioni” non si trasformano in fatti, in azioni, in alternative.

Il coronavirus è ormai diventato il banco di prova della diversificazione del business nelle Isole Canarie, perché se aggiungiamo ai tassi di disoccupazione prima dello tsunami di Covid -18% a gennaio- lo “zero turistico” verso cui si sta dirigendo l’arcipelago, possiamo immaginare una ecatombe economica senza precedenti.

In molte occasioni abbiamo parlato della situazione del dopoguerra, tuttavia, la regione non ha nulla da ricostruire, non c’è nulla da riparare, la materia prima semplicemente non arriva alle fabbriche turistiche canarie e non è possibile produrre servizi nei processi di trasformazione delle vacanze.

Se i turisti non arrivano, non possono essere addebitati per il soggiorno in hotel, per le esperienze di vita, per il consumo di sole sulle isole o per godere di un paesaggio subtropicale come quello delle Canarie.

La posta in gioco è così alta che è difficile capire perché i “guardiani” di questa società, i governi centrali, regionali, insulari e comunali, non siano riusciti a rendere la popolazione consapevole della situazione estrema che le isole stanno vivendo, soprattutto sensibilizzando la popolazione sulla necessità vitale di contenere il virus.

Inoltre, gli avvertimenti o le minacce di misure più severe per evitare una nuova pandemia e un nuovo stato di allarme erano adatti al momento in cui le cose andavano bene e prevedendo che potessero peggiorare, ma quando i focolai di contagio sono già stati innescati e dopo un agosto di mancato controllo del virus, gli avvertimenti sono di scarsa utilità e le azioni non arrivano.

La soluzione: la “legge dell’isola turistica”.

Se gli avvertimenti o gli ammonimenti non funzionano, cosa si può fare per coinvolgere la società in modo che l’economia delle isole possa sopravvivere?

Una soluzione può essere trovata nella cosiddetta “legge dell’isola”.

Se si raggiunge l'”indipendenza turistica” delle destinazioni turistiche delle Canarie, come abbiamo proposto, i cittadini avranno gli occhi puntati su ciò che il vicino sta ottenendo, poiché come in ogni regione e soprattutto in un arcipelago, c’è una rivalità comparativa e certa.

Quando alcune isole vedranno che la loro negligenza, la loro mancanza di maturità come società e le loro vacanze estive le mettono in una situazione precaria rispetto ad altre, la popolazione probabilmente reagirà.

Il fatto è che in una crisi di guerra la flotta deve restare unita, naturalmente, ma se una portaerei affonda, il resto della squadriglia deve continuare a navigare e a combattere.

E’ impensabile che tutte le navi si fermino perché una è realmente colpita.

Al momento, la marina canaria sta utilizzando le ultime munizioni di cui dispone per salvaguardare la stagione invernale.

Angel Victor Torres, Presidente del Governo delle Isole Canarie, ha incontrato Sebastian Ebel, responsabile di Hotels & Resorts, Cruises, Experiences in Destination and Recruitment e membro del consiglio di amministrazione del Gruppo TUI.

Così come l’economia canaria è disperatamente dipendente dall’alta stagione, anche il settore turistico europeo ha bisogno di una destinazione invernale sicura.

L’idea dell’incontro è quella di formare un fronte comune (destination+tour operator) che riesca a convincere – in questo caso il governo federale tedesco – a garantire il flusso di turisti nell’inverno 2020/2021.

Così come l’economia delle Canarie è disperatamente dipendente dall’alta stagione, anche il settore turistico europeo ne ha bisogno: deve avere una destinazione invernale sicura, in termini di volume e di media distanza (meno di quattro ore di volo).

Mentre l’obiettivo principale è quello di offrire tutte e 8 le destinazioni, la necessità da entrambe le parti può portare a concordare una soluzione intermedia per una parziale salvezza: la già citata “indipendenza turistica” di ciascuna delle isole e i propri corridoi sicuri dai mercati di provenienza.

Da parte delle compagnie aeree, ci sono moltissimi aerei, e le rotte possono essere stabilite senza dover dipendere da scali in altre isole dell’arcipelago, basta solo avviare i motori.

Un’attenzione particolare va però riservata agli aeroporti e ai protocolli anticovid applicati in essi perché, se l’idea di “isole sicure” avrà successo, l’arrivo di turisti internazionali attraverso corridoi sicuri e voli inter-isole (isole sicure e isole insicure) coesisterà, il che potrebbe portare a una contaminazione incrociata nei terminal se non sono separati operativamente.

Le Isole Fortunate hanno ancora un’opportunità d’oro per salvare il loro futuro.

La combinazione vincente in questa ruota della fortuna si chiama: decisione politica, maturità sociale e spinta imprenditoriale.

Tradotto da Tourinews