vice direttore della Dg italiani nel mondo e politiche migratorie della Farnesina PAOLO CRUDELE

Vecchia e nuova emigrazione sono sì diverse ma anche “complementari”, quasi “vasi comunicanti”, visto che “aspetti della prima possono riscontrarsi nella seconda e viceversa”, perché quella italiana all’estero è una “presenza sempre più articolata e complessa”, una “proiezione del nostro Paese nel mondo” che “bisogna interpretare in termini di servizi, ma anche di accompagnamento verso l’integrazione nei Paesi di residenza”, assicurando una “presenza istituzionale nell’auspicio che questa mobilità abbia una connotazione circolare”.

Così il vice direttore della Dg italiani nel mondo e politiche migratorie della Farnesina, Paolo Crudele, intervenuto in apertura del convegno promosso dal Centro studi Idos “Vecchia” e “nuova” emigrazione italiana all’estero: rivalutazione strategica della rete degli italiani nel mondo”.
Il convegno, ha spiegato Di Sciullo, è parte di un progetto di ricerca sostenuto dalla Farnesina che si concretizzerà nella pubblicazione di un numero monografico della rivista “Affari sociali e internazionali”.
Portati i saluti del DG Luigi Vignali, Crudele ha ricordato che gli iscritti all’Aire – 5 milioni e mezzo al 31 dicembre 2019 – al 31 ottobre erano già oltre 6 milioni.

I connazionali risiedono soprattutto in Europa: dei 131mila espatriati nel 2019, il 41% aveva tra 18 e 34 anni, cioè “sono andati via circa 50mila giovani”, molti qualificati.

Una “perdita” per l’Italia anche in termini economici: “volendo cinicamente applicare i parametri Ocse, un laureato che espatria significa perdere anche i 160mila euro che il Paese ha investito su di lui; la cifra per l’Ocse arriva 228mila euro per un dottore di ricerca”.

Lavorare all’estero “è sicuramente un arricchimento per loro”, ha osservato Crudele.

“Dando per scontato che troveranno vie professionali che li manterranno fuori dall’Italia, dobbiamo comunque essere pronti, laddove ci fosse possibilità e interesse da parte loro a tornare, ad accompagnarli in questo percorso”.
La Dgit, ha aggiunto, “cerca di adattarsi a questa nuova mobilità.


Abbiamo sostenuto l’intervento contenuto nel “decreto crescita” sulle agevolazioni fiscali per il rientro” ma al tempo stesso “incoraggiamo maggior dialogo tra nuova e vecchia emigrazione”.

Quest’ultima “percorre sentire diversi” dalla prima, che negli anni ha dato vita a forme associative “presenti e robuste” in molti paesi di destinazione.

L’associazionismo, ha detto Crudele, “è una realtà importante”, ma “per mantenere viva la sua struttura organizzativa deve aggiornarsi per accompagnare questi nuovi migranti, cosa per altro che sta avvenendo, anche grazie al Cgie e ai Comites”, dove “potrà essere avviata una fase di rinnovamento anche grazie alla riforma” che deve essere approvata.
“Noi come Direzione generale lavoriamo affinché gli strumenti di intervento e di accompagnamento siano adeguati alla sfida dell’emigrazione più recente per essere in grado di mantenere un alto livello di servizi” ma anche per “far rimanere agganciate all’Italia questi nuovi migranti”.
Una realtà che Crudele ha conosciuto a Singapore, dove è stato ambasciatore prima di rientrare a Roma, e che ha cercato di “intercettare”, una cosa non facile, visto che molti di loro rimangono sconosciuti ai consolati.

“Abbiamo creato dei gruppi o reti di network”, una mossa “essenziale” anche come “possibile premessa di un loro rientro”, perché è importante “mantenere aperto un canale di comunicazione”.
Ma se all’estero ci sono le associazioni e la rete diplomatica, per Crudele “il grosso del lavoro da fare è qui, in Italia: non si può solo predicare contro la perdita di capitale umano, occorre un’azione decisa per rimuovere gli ostacoli che generano la necessità di espatriare.

Dal lavoro agli stipendi adeguati, – ha concluso – c’è molto da fare”. (ma.cip.\aise)