1. Introduzione

La schematica semplicità del meccanismo operativo del Trust e la sua versatilità consentono di offrire strumenti di tutela a situazioni giuridiche soggettive, ad oggi ancora in fase di evoluzione e non ancora disciplinate dal legislatore italiano, o di adattare meccanismi giuridici con vincoli ormai desueti a nuove esigenze sociali.

L’istituto nasce in Inghilterra, Paese di Common Law, e seppur ad oggi non disciplinato da norme di diritto sostanziale in Italia, diviene operativo quanto al riconoscimento dei suoi effetti in virtù della Legge di ratifica della Convenzione dell’Aja del 10 ottobre 1989 n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992.

Pur se con alcune contraddizioni e con la necessità di effettuare una verifica circa l’adattabilità dell’istituto al nostro sistema giuridico, nel rispetto dei principi fondamentali da esso stabiliti, il riconoscimento dei suoi effetti postula comunque il rispetto di alcuni requisiti minimi posti dalla Convenzione.

2. Il Trust: meccanismo operativo ed effetti
Lo schema attraverso il quale si realizza un Trust è il seguente: con un atto istitutivo unilaterale (Deed of trust) – in forma scritta ad probationem – il Disponente (Settlor) attribuisce in proprietà al Trustee – in virtù di un rapporto fiduciario – beni patrimoniali al fine di gestirli per uno scopo prestabilito o per un fine, purché lecito e non contrario all’ordine pubblico, nell’interesse di uno o più Beneficiari (talvolta lo stesso disponente).

Il Patrimonio, così costituito e destinato, viene distinto sia dalla proprietà del Disponente che dagli altri beni personali del Trustee, in base al cosiddetto “effetto segregativo”.
Il vincolo impresso al Patrimonio fa sì che esso venga giuridicamente considerato separato rispetto ai beni residui che compongono sia il patrimonio del Disponente che quello del Trustee e dei Beneficiari, con la conseguenza che qualunque vicenda personale o patrimoniale che colpisca i soggetti coinvolti nell’operazione non travolgerà mai i beni in Trust, che non potranno quindi essere aggrediti dai loro creditori personali e nemmeno subire gli effetti di un eventuale fallimento del Trustee, del Disponente o dei Beneficiari.


Una volta istituito il Trust, il Disponente esce di scena. Gli rimane tuttavia un limitato potere di intervento qualora egli si sia riservato – con apposite clausole negoziali – la possibilità di fornire indicazioni in merito ai singoli atti di gestione e amministrazione (per esempio attraverso le cd. “letters of wishes”).

Non è ammesso altro tipo di ingerenza – pena la nullità dell’atto di Trust – in quanto già al momento della redazione dell’atto costitutivo viene ad esso funzionalmente collegata un’ulteriore pattuizione, diretta a stabilire le regole da seguire nella gestione dei beni, alle quali il Trustee deve scrupolosamente attenersi, con obbligo di rendicontazione.

Il vincolo impresso al Patrimonio per raggiungere il fine prestabilito deve tuttavia avere un termine di durata, onde evitare che l’apposizione di vincoli perpetui alla proprietà crei come conseguenza la paralisi nella circolazione degli immobili. La durata massima è subordinata alla legge di diritto estero, in base alla quale l’atto istitutivo di Trust viene redatto (espressamente richiamata nell’atto stesso).

3. Trust come istituto atipico e compatibilità con i principi inderogabili del nostro ordinamento

L’utilizzazione indiscriminata di tale istituto “atipico” pone però una serie di problemi diretti a verificare la sua compatibilità con alcuni principi ritenuti inizialmente inderogabili per volontà negoziale.

Ci si riferisce principalmente alle ipotesi in cui il Trust – considerato nel suo aspetto essenziale di segregazione del patrimonio – possa rappresentare un mezzo diretto di eludere, attraverso un atto di autonomia privata atipico, principi dell’ordinamento giuridico, quali ad esempio il divieto di realizzare negozi in frode alla legge.

E’ il caso in cui si possa utilizzare il trust come strumento di protezione del patrimonio da parte di imprenditori o liberi professionisti, che nell’esercizio della loro attività avvertano l’esigenza di mettere al riparo i propri beni dai rischi ad essa connessi.

Si potrebbe versare, in tali ipotesi, nel presunto contrasto con il principio contenuto nell’art. 2740 c.c., in base al quale la responsabilità patrimoniale del debitore viene considerata universale e illimitata, ed ogni sua eventuale limitazione è ammessa solo nei casi previsti dalla legge.

Attraverso l’atto di autonomia privata si creerebbero invece limitazioni alla responsabilità patrimoniale al di fuori dei casi legislativamente previsti, in contrasto con un principio di Ordine Pubblico Economico.

In realtà il conflitto è più apparente che reale, se si considera che l’esistenza di numerose disposizioni di legislazione speciale, previste dal nostro legislatore in deroga all’art. 2740 c.c., inducono a ritenere ormai superata la tesi per cui esso racchiuda un principio di ordine pubblico economico; inoltre si considera l’effetto segregativo del Trust non derivante dalla volontà delle parti, ma da una specifica disposizione normativa contenuta nell’art. 11 della Convenzione dell’Aja, resa operante in Italia dalla legge di ratifica, per mezzo della quale la valutazione sulla meritevolezza sociale dell’interesse economico perseguito dalle parti è stata effettuata ex ante dalla Convenzione e dalla legge di ratifica.

È il caso di precisare allora in che termini possa essere considerato come strumento di protezione del patrimonio, con riferimento ai diritti sui beni in trust, nel rispetto dei principi del nostro ordinamento.

Alla luce dello schema suesposto, in considerazione del trasferimento effettuato e del “cosiddetto effetto segregativo”, i beni istituiti in trust non si trovano più nel patrimonio del disponente, e quindi i suoi creditori non possono più aggredirli, ovviamente fatta salva la possibilità di esercitare l’azione revocatoria, ove ne sussistano i presupposti.

Per quanto riguarda invece il rapporto tra i beni in Trust e i creditori personali del Trustee, la trust res è segregata all’interno del patrimonio del Trustee e protetta dai suoi creditori personali. Quanto al rapporto tra creditori del Beneficiario e diritti sui beni in trust, poiché questi non si trovano nel patrimonio del Beneficiario, i creditori di quest’ultimo non possono direttamente aggredirli. L’unico modo per farlo è pignorare il credito che il Beneficiario nutre nei confronti del trustee ed ottenere da costui i beni in trust, ma per fare questo occorre che il credito abbia ad oggetto il capitale o parte del capitale del trust. Nel caso in cui invece il bene in trust sia un immobile, questo risulterà sempre protetto nei confronti del creditore del Beneficiario.

Alla luce della moderna interpretazione dell’istituto da parte della Dottrina e della Giurisprudenza più attente può quindi ragionevolmente sostenersi la legittimità a pieno titolo di tale fattispecie negoziale nel nostro sistema giuridico.

4. Applicazioni pratiche dell’istituto, che consentono di spaziare nei vari settori del diritto privato.
Si può infatti offrire tutela patrimoniale a soggetti che altrimenti ne rimarrebbero privi. Pur esistendo per tale scopo il “Fondo Patrimoniale”, esso risulta in concreto inutilizzabile poiché previsto unicamente per la “famiglia legittima”. Si pensi alle famiglie di fatto ed al caso in cui si voglia destinare una parte del Patrimonio al soddisfacimento dei suoi bisogni. O ai casi in cui un soggetto – coniugato – voglia tuttavia provvedere ai bisogni dei propri figli naturali e della madre di questi, o ancora, nel caso di separazione coniugale, si voglia comunque vincolare i beni al soddisfacimento dei bisogni della famiglia disgregata, superando così l’effetto della separazione tra coniugi che comporta lo scioglimento della comunione legale dei beni.

Particolarmente interessante è il caso in cui un Disponente voglia tutelare, vincolando delle somme in Trust, un soggetto disabile appartenente al proprio nucleo familiare, garantendogli il dovuto sostentamento di fronte al verificarsi di determinati eventi. E ancora la possibilità di pianificare il passaggio generazionale di aziende “segregando” in Trust quote societarie, al fine di programmare quale dei più meritevoli tra i figli potrà un giorno sedere nel consiglio di Amministrazione della propria società. Altra ipotesi applicativa è rinvenibile per tutte le forme di garanzia, nelle partecipazioni a gare pubbliche e nella gestione di rapporti contrattuali, in luogo di costose fideiussioni e pegni, destinando temporaneamente somme al soddisfacimento di scopi precisi, potendo poi rientrare nella piena disponibilità di esse non appena raggiunta la finalità prevista nel Trust.

Ulteriore ipotesi riguarda l’utilizzazione del trust in materia di successione, dove però esso diviene lo strumento che può entrare in contrasto con il divieto posto dall’art.468 c.c., relativo all’impossibilità di disporre in vita riguardo ad una futura successione con patti istitutivi, dispositivi o rinunciativi. Anche qui la liceità del mezzo e del fine adoperati sono evidenti, considerata la diversità strumentale della fattispecie. Nell’ipotesi del trust infatti non si tratta di un accordo bilaterale tra il costituente e il beneficiario ma di un negozio unilaterale. Ed inoltre il trasferimento del bene avviene non dopo la morte del testatore, ma immediatamente, con il disponente ancora in vita.

(di Federico Pesiri       [email protected])