LA RESIDENZA FISCALE DELLA PERSONA FISICA SECONDO LE NORME INTERNE

L’Agenzia delle Entrate italiana, con la circolare esplicativa numero 38/E del 23 dicembre 2013, chiarendo alcuni aspetti della legge 6 agosto 2013, n. 97, recante le “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2013” ha ribadito il concetto della residenza fiscale.

In primo luogo è stato chiarito che i soggetti obbligati al monitoraggio fiscale (le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici e i soggetti equiparati) devono essere residenti in Italia.

Sotto il profilo soggettivo rientrano in tale categoria le persone fisiche titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo fiscalmente residenti nel territorio dello Stato italiano.

Per ciò che concerne la residenza fiscale delle persone fisiche, si deve fare riferimento alla nozione contenuta nell’articolo 2, comma 2, del Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR), approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, in base alla quale si considerano residenti in Italia “le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente, o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.

Come già affermato, tali criteri sono alternativi essendo sufficiente che sia verificato anche uno solo di essi affinché una persona fisica possa considerarsi fiscalmente residente in Italia.

Ciò detto, occorre ricordare che la residenza viene determinata solo dopo aver verificato che la persona fisica abbia soddisfatto il requisito temporale della permanenza in Italia (183 o 184 giorni in caso di anno bisestile) e tale controllo è possibile realizzarlo soltanto alla fine dell’anno solare.


Inoltre, come stabilito dal successivo comma 2-bis del medesimo articolo 2 del TUIR, si considerano altresì residenti nel territorio italiano, salvo prova contraria del contribuente, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente e trasferiti in Stati o territori diversi da quelli individuati con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze. Al riguardo si ricorda che, fino all’emanazione del citato decreto, si considerano residenti in Italia i cittadini emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato individuati dal decreto del Ministro delle Finanze 4 maggio 1999 e successive modificazioni (cosiddetta “black list”).

Dall’analisi dell’articolo in esame (art. 2 del TUIR) sono, quindi, considerate residenti nel territorio italiano le persone fisiche che per la maggior parte dell’anno, ossia per un periodo di almeno 183 giorni (184 per gli anni bisestili) anche non continuativi, rientrano in una delle seguenti ipotesi:

– soggetti iscritti nelle anagrafi della popolazione residente per la maggior parte del periodo di imposta;

– soggetti non iscritti nelle anagrafi della popolazione residente, che hanno nello Stato il domicilio (inteso come il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi anche di carattere affettivo familiare) per la maggior parte del periodo di imposta;

– soggetti non iscritti nelle anagrafi della popolazione residente, che hanno nello Stato italiano la residenza (inteso come il luogo in cui la persona ha la dimora abituale) per la maggior parte del periodo di imposta.

Va da sé che la presunzione di residenza opera anche quando sussista un legame affettivo con lo Stato italiano. Questo concetto di “legame affettivo” è stato ampiamente illustrato dalla circolare ministeriale nr. 304/E del 2 dicembre 1997 e, sinteticamente, sussiste qualora la persona abbia mantenuto in Italia i propri legami familiari o il centro dei propri interessi patrimoniali e sociali.

Ciò detto, si rileva che nel caso del trasferimento di residenza dall’Italia all’estero, la persona fisica ha l’incombenza di iscriversi all’AIRE per fare valere il trasferimento, però tale iscrizione non è una condizione sufficiente per far valere la residenza fiscale, giacché essa deve pur sempre corrispondere alla situazione effettiva e reale.

In merito al ventaglio delle prove dirette a dimostrare la effettiva e reale situazione della residenza (anche se per la norma convenzionale devono essere gli Stati a richiedere informazioni attraverso il meccanismo dello scambio con gli Stati con cui hanno firmato un accordo bilaterale per evitare la doppia imposizione) della persona fisica, l’Agenzia delle entrate ha chiarito che la persona fisica potrà utilizzare ogni più ampio mezzo di prova di natura documentale o dimostrativa, atto a stabilire in particolare:

– la sussistenza della dimora abituale nel paese, sia personale che dell’eventuale nucleo familiare;

– l’iscrizione ed effettiva frequenza dei figli presso istituti scolastici o di formazione del Paese estero;

– lo svolgimento di un rapporto lavorativo a carattere continuativo stipulato nello stesso Paese estero ovvero l’esercizio di una qualunque attività economica con carattere di stabilità;

– la stipula di contratti di acquisto o di locazione di immobili residenziali, adeguati ai bisogni abitativi nel Paese di immigrazione;

– fatture e ricevute di erogazione di gas, luce, telefono e di altri canoni tariffari pagati nel Paese estero;

– la movimentazione a qualsiasi titolo di somme di danaro o di altre attività finanziarie nel Paese estero da e per l’Italia;

– l’eventuale iscrizione nelle liste elettorali del Paese di immigrazione;

– l’assenza di unità immobiliari tenute a disposizione in Italia o di atti di donazione, compravendita, costituzione di società;

– la mancanza nel nostro Paese di significativi e duraturi rapporti di carattere economico, familiare, politico, sociale, culturale e ricreativo.

Nel prossimo articolo sarà esaminata nel dettaglio la residenza fiscale della “persona fisica” secondo quanto stabilito dalle norme internazionali.

(Avv. Michele Paolo Cicconi)